Vita da expat in Ciad. Il mio arrivo.

Partiamo dall’inizio! Agosto 2011. Il mio arrivo da expat in Ciad.

 

Dopo quasi due anni passati a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, seguendo i canoni (forse) della vita da expat, mi imbarcai in un’altra avventura in un paese confinante, il CIAD, il più sconosciuto e isolato del grande deserto africano, il Sahara, che occupa il 40% della nazione.

 

La capitale del Ciad è N’Djamena, le cui origini risalgono al 1900 quando venne fondata dai francesi col nome di Fort-Lamy, poi cambiato nel 1973 in quello attuale. Vicina al lago che dà il nome al paese, N’Djamena si trova a sud, zona maggiormente interessata dalle piogge estive, quando soffia il monsone africano. Da Aprile a Ottobre le temperature sfiorano i 40-50 gradi.

 

Il primo impatto.

 

Arrivai a N’Djamena in una giornata di Agosto, il caldo era devastante e, seppure avessi ricevuto informazioni sulla situazione politica, sociale, climatica e di sicurezza della città, il panorama mi apparve subito più complesso di quello della Repubblica Centrafricana, e di quanto mi aspettassi.

Il piano iniziale era di passare un periodo nella Guest House dell’Organizzazione per cui lavorava il mio compagno, condividendo spazi comuni con altri suoi colleghi e colleghe. L’ufficio era all’interno del compound: casa e lavoro, lavoro e casa. In seguito, avremmo cercato una abitazione per noi due, cosa che poi non avvenne.
Fin dall’inizio, avevo pensato che sarebbe stato meglio convivere sotto lo stesso tetto con l’equipe, pur sapendone le possibili conseguenze, che andare a vivere in una grande casa, tanto più che non se ne trovavano a dimensioni di coppia senza figli. Inoltre, il paese era ad alto rischio di rapine e aggressioni, con l’obbligo per noi internazionali di non camminare per strada e di non guidare. Mi ero immaginata a passare giornate intere da sola, confinata in una casa enorme, visto che al momento della partenza non avevo lavoro in loco.

Una rivoluzione nella mia mente e nel mio cuore.

 

Quel giorno, il mio compagno mi comunicò che dopo due giorni sarebbe partito per una missione a Abeché, cittadina a 800km. a est di N’Djamena. Ero spaesata e la notizia mi rese nervosa. Non avevo fatto in tempo a sbarcare dall’aereo che già dovevo cavarmela da sola, senza punti o persone di riferimento e in un paese apparentemente inospitale. Ma, come sempre, la vita da expat ti mette di fronte a delle sfide che scopri, in seguito, di essere capace ad affrontare e anche superare con risultati inaspettati.

Dopo quasi 2 anni a Bangui, ero un pò provata, soprattutto fisicamente. L’esperienza fatta era stata unica ma dovevo ancora elaborarla e mettere al suo posto i pezzetti del puzzle che mi avrebbero, in seguito, portata a valutare quell’esperienza come straordinaria, a tal punto da sentirne quasi la mancanza, a volte.
Avevo scampato la malaria, almeno per il momento, ma avevo avuto alcuni problemi di salute. Avevo compreso che il mio arrivo in Ciad e la permanenza, mi avrebbero messo ancor più alla prova e la partenza del mio compagno mi mise in crisi.
In quei giorni, in cui lui non c’era, nella mia mente successe di tutto…una rivoluzione!

Le fatidiche domande.

 

Mi facevo in continuazione domande che poi ho scoperto tanti expat che seguono i loro mariti, mogli o partner si chiedono, specialmente se non hanno figli:

  • Cosa ci faccio qui?
  • Questo luogo è quello in cui desidero vivere?
  • Sto vivendo la mia vita o quella del mio compagno?
  • Cosa posso avere da questa esperienza?
  • Troverò lavoro?
  • Sarò in grado di resistere fisicamente a queste temperature e difficoltà logistiche?

Al suo ritorno, dopo 3 giorni, qualche risposta me l’ero data, altre erano rimaste nell’aria pesante delle giornate passate in casa a rimuginare.
Diciamo che passammo un’intera Domenica a discutere di queste tematiche, con la decisione finale che se non avessi trovato un lavoro in breve tempo, sarei rientrata in Italia.
Ma era scritto che dovevo restare.

 

Lieto fine.

 

Dopo 15 giorni, mi arrivò la voce che alla Scuola Francese cercavano un’insegnante per una classe delle scuole elementari. Dopo qualche giorno dall’invio del mio cv, venni chiamata dal Direttore per il colloquio. Da lì a poco, mi comunicarono che ero stata selezionata. Mi recai a scuola per essere presentata all’insegnante con il quale dovevo condividere le ore fino alla fine dell’anno scoalstico e ci fu subito intesa!
Non sono maestra di Scuole Elementari ma ho insegnato lingue nelle Scuole Superiori per alcuni anni. Sono Interprete-Traduttrice e il francese è come la mia seconda lingua. Per questo ero stata selezionata e perchè sarei stata supportata dal titolare della cattedra nello svolgimento delle mie lezioni.
Dopo pochi giorni, iniziò la Scuola e incontrai la mia classe di 27 bambini, tutti locali, solo due internazionali, figli di espatriati. Così iniziò la mia avventura in Ciad e con loro!

Alla fine dell’anno ricevetti una menzione speciale per il mio contributo umano e professionale.

La parola insegnare significa “lasciare un segno” e sicuramente loro in me lo hanno lasciato e anche molto profondo. E’ stata una delle esperienze più indimenticabili, arricchenti e sfidanti della mia vita!

 

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