5 soft skills per un espatrio vincente

5 soft skills per un espatrio vincente

Cosa sono le “soft skills” o competenze trasversali? Quali quelle che un expat dovrebbe alimentare per trasformare l’espatrio in un’esperienza positiva e arricchente?

Le “soft skills” sono quelle caratteristiche o capacità comportamentali e relazionali, dettate dalla nostra personalità, che utilizziamo sia in ambito
lavorativo che professionale. Sono doti fondamentali, che condizionano il modo in cui affrontiamo le richieste e le sfide della vita.
A cosa servono? Aiutano a essere più resilienti, a prendere decisioni migliori, a gestire i conflitti e a comunicare efficacemente.

 


Nel caso dell’espatrio, alcune “soft skills”, sono un valido supporto per gestire al meglio il permanente cambiamento a cui viene sottoposto un expat. Espatriare vuol dire separarsi dal proprio ambiente geografico, sociale e familiare. Gli espatriati perdono i loro riferimenti sociali e culturali abituali, e devono costruirne di nuovi. Il trasferimento in un nuovo paese è un’opportunità di apprendimento e opportunità ma potrebbe rappresentare anche una serie di sfide.  Queste sfide si possono affrontare e superare se ci si impegna a sviluppare o migliorare le seguenti competenze trasversali.

 

Le “soft skills” per un espatrio vincente

 

1. Adattabilità/Flessibilità

Vivere in un nuovo paese, significa confrontarsi con modi differenti di pensare e agire, con tradizioni e culture diverse dalle nostre, con nuove norme e valori. Importante è assumere un atteggiamento aperto, adottare una visione più ampia, pensando fuori dai soliti schemi, per comprendere e accettare le diversità e farle diventare una opportunità di crescita. Essere flessibili significa adattare i propri pensieri e il proprio comportamento al cambiamento, gestire le risposte emotive positive e negative con una mentalità di crescita. Si può coltivare questo mindset attraverso l’auto-riflessione, il pensiero creativo e la pratica intenzionale.

2. Pazienza

Una delle cose più difficili per un expat è quando le cose non vanno come pianificato e la frustrazione e l’impazienza prendono piede. Quando ti trovi in un nuovo paese e devi destreggiarti in una nuova città, cercare un alloggio e la scuola per i bambini, fare amicizia, imparare la lingua, etc…può accadere che, in alcuni momenti ti senti scoraggiata. Mentre stai cercando di organizzare la “nuova vita”, stai ancora elaborando emozionalmente la separazione dalla vita vissuta nel paese che vi aveva ospitato per alcuni anni. Il periodo di transizione è una fase delicata, è quel periodo in cui si passa dalla precedente realtà a quella nuova quindi, sii paziente, non avere fretta, il processo di adattamento richiede tempo e vedrai che le cose si sistemeranno un po ‘alla volta.

3. Intelligenza Emotiva

Essere emotivamente intelligenti significa avere la capacità di rilevare e decifrare non solo le proprie emozioni, ma anche quelle altrui. Significa capire come si sentono gli altri e utilizzare queste informazioni per guidare il proprio comportamento. La vita in generale ha una serie di ostacoli che dobbiamo superare e a volte possono essere difficili e, se sei un’espatriata, le cose si complicano un pò di più. Essere in grado di leggere diversi segnali sociali, le comunicazioni non verbali e valutare come la tua personalità si presenta agli altri, può esserti di enorme aiuto per integrarti nel nuovo ambiente.

4. Creatività e innovazione

Una buona capacità di saperti rinnovare e una buona dose di creatività, possono esserti di sostegno per realizzare i tuoi desideri o obiettivi professionali e personali e per superare i momenti di crisi. Ancor più se sei una “trailing spouse” ovvero colei/colui che accompagna il partner nella sua esperienza lavorativa all’estero e, magari, hai lasciato un ottimo lavoro nel luogo di tua provenienza. Essere aperte a nuove culture offre nuovi modi di vedere e di fare le cose, nuovi modi di essere. Potresti scoprire talenti che avevi lasciato sopiti a lungo e decidere di farli sbocciare e sfruttarli al meglio.

5. Curiosità intellettuale

Non c’è modo di adattarsi al nuovo ambiente e di vivere con serenità e consapevolezza l’espatrio, senza curiosità intellettuale. La curiosità a cui mi riferisco, è quel genuino interesse per il modo in cui vivono le persone e per le loro culture ma anche la disponibilità di riflettere sulle esperienze personali, sui propri valori e comportamenti. Devi essere disposta ad ascoltare i punti di vista degli altri, a capire la cultura del paese ospitante in maniera profonda, a uscire dalla tua comfort zone, osando nuove esperienze, facendo nuove conoscenze e, confrontandoti con gli altri. Scoprirai così quanto questa esperienza all’estero ti porterà una maggiore chiarezza su chi sei.


 

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8 consigli (+1) per fare amicizia all’estero

8 consigli (+1) per fare amicizia all’estero

Ti sei trasferita da poco: hai sistemato tutte le incombenze, e ora vuoi solo dare inizio con entusiasmo alla tua nuova vita da expat… ma come fare amicizia all’estero, in un posto dove non conosci nessuno e tutti ti sembrano distanti?

La cosa principale da ricordare è che le amicizie sono fondamentali, specialmente quando ci si trasferisce lontano da casa; una nuova rete di amicizia ci fa da salvagente e da “seconda famiglia”, oltre a rendere la nostra vita più divertente, varia e profonda!

 

Come fare amicizia all’estero

Se desideri tanto avere nuovi amici nella tua nuova città ma fatichi a capire da dove iniziare, prova a seguire questi consigli.

1. Sfruttare al meglio i social network

Si parte sempre da ciò che ci è più familiare, no? Ebbene, i social network ormai li sappiamo usare tutti. Forse ti sarai già resa conto di quanto essi possano rivelarsi utili anche per fare amicizia all’estero! Anche prima di partire, infatti, puoi cercare gruppi, pagine e community di persone (italiani, ma non solo) che abitano nella tua nuova città. Una volta trovati, iscriviti, presentati, fa’ domande, interagisci, inizia a sondare il terreno in cerca di persone affini a te.

2. Informarsi sulle community per stranieri

Se ti trasferisci in una grande città all’estero (ma, in generale, in una località con alto tasso di immigrazione), è possibile che lì siano presenti organizzazioni dedicate proprio agli stranieri. Spesso, presso queste organizzazioni le persone hanno modo di conoscersi, partecipare a eventi e incontri, iniziare a conoscere insieme il nuovo Paese di residenza. Lì, siete tutti sulla stessa barca e sarà più facile riconoscersi e creare subito forti legami!

3. Individuare i centri istituzionali italiani

Se l’Italia ti manca, o se comunque non vuoi recidere i legami con la tua terra, cerca i centri istituzionali legati al Belpaese nella tua nuova città. Spesso, infatti, sono presenti Centri di Cultura Italiana, oppure comitati creati dai cittadini italiani in quel luogo. Altrimenti, tieni d’occhio le attività di consolato e ambasciata: spesso vengono organizzati eventi che potrebbero aiutarti a conoscere qualche tuo compaesano… e a creare nuove bellissime amicizie!

 4. Fare sport o iscriversi a un corso

Come fare amicizia all’estero alla “vecchia maniera”? Beh, sicuramente creando delle occasioni d’incontro! Qualsiasi luogo di aggregazione può essere il posto giusto dove trovare i tuoi prossimi amici; quelli più facili sono la palestra o le aule di un corso su qualcosa che ti sta particolarmente a cuore (cucina? Danza? Lingue? Disegno?). In quest’ultimo caso, non solo incontri nuove persone… ma sei sicura di trasformare queste conoscenze in amicizie, perché condividete le stesse passioni e gli stessi interessi.

5. Imparare la lingua con la gente del posto

Se ti sei trasferita in un luogo di cui conosci la lingua solo a livello elementare, per fare amicizia all’estero non c’è niente di meglio che affidarsi alla gente del posto nello studio della nuova lingua. Cerca online persone che siano disposte a darti lezioni private, o anche a portare avanti con te un interscambio linguistico, nel caso fossero interessate a studiare l’italiano! Questi incontri sono spesso utili, divertenti e molto fruttuosi sul lato amicizia.

6. Presentarsi ai vicini di casa (e a chiunque, in realtà!)

Se i rapporti di buon vicinato sono importanti ovunque, diventano fondamentali quando ti trasferisci all’estero e non conosci nessuno; i tuoi vicini di casa possono rivelarsi persone deliziose, con cui creare bellissime amicizie! Come fare? Niente trucchi: semplicemente, bussa alla porta e presentati (magari con un piccolo regalo) come la nuova vicina italiana. Le persone sono solitamente molto ben disposte verso i nuovi vicini!

In generale, non dimenticare di presentarti e fare due chiacchiere con le persone più disparate che ti capiterà di incontrare spesso, dal portiere alla cassiera del supermercato alla collega di lavoro; non sai mai quali strani giri possa fare l’amicizia!

7. Assorbire le conoscenze dei propri familiari

Ti sei trasferita all’estero con il tuo partner e/o i tuoi bambini? Ottimo! Anche gli altri membri della tua famiglia stanno sicuramente cercando di fare amicizia all’estero. Datevi una mano a vicenda! Ad esempio, tuo marito potrebbe far amicizia con i colleghi ed estendere questo nuovo rapporto a te e alle loro famiglie; oppure, i tuoi bimbi potrebbero far amicizia a scuola, dandoti l’opportunità di conoscere altri genitori.

8. Uscire e “fare cose”

In generale, il modo migliore per fare amicizia all’estero (e ovunque!) è solo uno: essere disposta a fare nuove amicizie! Se ti rinchiudi in casa o ti dedichi solo ed esclusivamente al lavoro e alle incombenze, non avrai spazio ed energie per nuovi amici nella tua vita. Per cui esci: frequenta biblioteche, caffetterie, musei e gallerie d’arte; partecipa a eventi, presentazioni o sagre di paese. Sorridi e sii aperta a nuovi incontri!

Bonus: non dimenticare di coltivare i rapporti!

E quando finalmente hai conosciuto qualcuno con cui sembri andare d’accordo… è proprio qui che arriva la parte difficile e bella allo stesso tempo: il seme è piantato, ora devi coltivare! Se hai conosciuto qualcuno anche solo di sfuggita – un vicino, un compagno di corso, un collega, una mamma dell’amico di tuo figlio… – non dimenticare di chiedere un contatto, così da organizzare un secondo incontro, e poi un terzo. Se amicizia deve essere, da ora in poi sarà tutto in discesa!

 

Sei d’accordo con questi consigli? Quali sono state le tue difficoltà a fare amicizia all’estero, e come ci sei riuscita?


 

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8 lezioni positive che ho imparato dalla vita da expat

8 lezioni positive che ho imparato dalla vita da expat

Le lezioni positive che ho imparato dalla vita da expat, derivano dall’aver passato più di 10 anni all’estero, in paesi “difficili”. Sono stati anni intensi e ricchi di sorprese e insegnamenti ma anche di momenti difficili e tristi.
In questo articolo troverai un elenco, sicuramente non esaustivo, che rispecchia il mio vissuto ed è la base e la motivazione per cui è iniziata e continua la mia esperienza in espatrio.
Questo è ciò che tengo sempre a mente nei momenti di sconforto…perchè ce ne sono stati e ce ne saranno ancora! Ma mai mi sono pentita della scelta che ho fatto.

 

Viandante non esiste il cammino

Viandante, sono le tue orme
il sentiero e niente più;
viandante, non esiste il cammino,
il cammino si fa camminando.
Camminando si fa il cammino
e girando indietro lo sguardo
si vede il sentiero che mai più
si tornerà a calpestare.
Viandante non esiste il cammino
ma solamente scie nel mare.

Antonio Machado

LE 8 LEZIONI POSITIVE

 

  1. UN NUOVO INIZIO
    Ho scelto di scrivere un nuovo capitolo nella mia vita. Ho fatto una scelta importante per me stessa e per amore. Abbandonare le certezze per andare verso lo sconosciuto non è stato facile ma questa scelta si è rivalata come una nuova grande opportunità e un nuovo inizio. La fatica è stata ripagata da esperienze che non avrei mai immaginato di fare e che mi hanno fatto crescere come essere umano.

  2. VIVERE IN MANIERA PIU’ SEMPLICE
    Prima di arrivare a Gerusalemme, ho vissuto per due anni e mezzo in Repubblica Centrafricana e Ciad, due dei paesi più poveri e meno conosciuti al mondo. In quegli anni, ho imparato a vivere con lo stretto necessario. Non c’erano negozi per fare shopping, nè varietà di cibo da acquistare.Tutto era ridotto all’essenziale e nelle valigie davo sempre più spazio a cibo e medicinali che all’abbigliamento o altre cose meno importanti. La conseguenza è che ho imparato a vivere in maniera minimilasta e mi sono resa conto quanto il consumismo ci abbia obbligato e ci obblighi a vivere con il superfluo, soddisfacendo dei bisogni indotti e non reali.
    .
  3. LA CAPACITA’ DI ESSERE RESILIENTE
    Vivendo lontana dalla mia rete di supporto familiare e dalle mie amicizie, ho dovuto contare sulle mie forze e essere in grado di andare avanti senza perdere il controllo. Quando ho avuto problemi di salute o sul lavoro oppure quando mi sono sentita persa e impaurita, ho assunto un atteggiamento positivo. Mi sono concentrata sulle mie potenzialità interne e sulle risorse esterne a disposizione, mettendo in moto un circolo virtuoso che mi ha aiutato nelle difficoltà. E, alla fine, ho scoperto di essere più forte e resiliente di quanto immaginavo, e questo è stato un grande successo! Clicca qui per leggere un mio articolo sulla resilienza.
  4. AMPLIARE LO SGUARDO SULLA VITA
    Forse è un cliché ma vivere all’estero ha cambiato il mio sguardo sulla vita e sugli altri. Vivere in contatto con culture diverse, incontrare persone di tutto il mondo, lavorare in ambienti multietnici, mi ha aiutato a vedere le sfaccettature della vita, a capire e accettare punti di vista diversi, a scoprire modi differenti di affrontare la vita. E sono cambiata…non me ne sono accorta subito ma con il tempo ho realizzato quanto il mio modo di sentire e di pensare erano diventati più sensibili all’altro, alla condivisione, alla compassione. Alcuni vecchi valori sono rimasti, altri hanno lasciato spazio a quelli nuovi che ho acquisito man mano che andavo avanti nella mia vita e nell’espatrio. Una scoperta di nuovi orizzonti che allargano la mente e il cuore.
  5. AVERE AMICI IN TUTTO IL MONDO
    Ho incontrato tante persone. Con alcune ho stretto rapporti più profondi, con altre più superficiali ma tutte hanno lasciato un’impronta. E non c’è cosa più bella, almeno per me, ascoltare le storie degli altri, addentrarmi nel loro mondo interiore e trarne una lezione. E poi, come è bello avere qualcuno che ti accoglie in varie parti del mondo! Madrid, New York, Ginevra, Budapest, e molte altre, sono città in cui le persone con cui ho legato amicizie in questi anni mi stanno aspettando. E non vedo l’ora di riabbracciarle!
  6. VIVERE NEL MOMENTO PRESENTE (continuo a lavorarci sopra)
    Spesso sentiamo sulle nostre spalle il peso del passato o le preoccupazioni per il futuro, senza renderci conto che la vita è adesso, che la vita accade. Ma non è forse vero che il passato non tornerà più e il futuro è solo parzialmente controllabile? Ecco, questo ho imparato. Ho capito che vivere nel qui e ora non significa non avere piani ma vivere con quello che si ha nel momento presente e questo approccio mi ha aiutato a vivere con più consapevolezza la mia condizione di espatriata e di “accompanying spouse”. Se cambi prospettiva, ti sentirai nel luogo giusto, al momento giusto.
  7. USCIRE DALLA COMFORT ZONE
    Decidere di lasciare l’Italia, con annessi e connessi, e raggiungere in Africa il mio compagno, è stato un grandissimo salto fuori della mia comfort zone e nulla è ritornato a essere come prima. Ho imparato che la vita da expat ti spinge a uscire costantemente dalla zona di comfort e non è poi così male! Mi sono resa conto di quanto alcune paure che avevo prima, sono sparite man mano che superavo i miei limiti, quei limiti che prima mi sembravano invalicabili! Certo, non è indolore, ma ti aiuta a crescere e a sviluppare le tue potenzialità, in alcuni casi prima sconosciute.
  8. MAI DIRE MAI
    Se 10 anni fa mi avessero detto che sarei salita su un aereo della Air France e che sarei sbarcata all’aereoporto di Bangui, capitale della Repubblica Centroafricana, e che ci avrei vissuto circa due anni, gli/le avrei detto: “non succederà mai”! E se qualcun’altro mi avesse detto che dopo sarei andata a vivere a N’Djamena, capitale del Ciad e poi a Gerusalemme, avrei risposto la stessa cosa. Invece, adesso, è evidente che “mai dire mai” è una verità!
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Esplorare il mondo

Esplorare il mondo

Il desiderio di esplorare il mondo, di avventurarmi, si è manifestato fin da quando ero piccola. Mia madre mi ha sempre raccontato che bastava che amici di famiglia mi invitassero a fare una passeggiata o a trascorrere un weekend con loro, che io rispondevo sempre sì, senza paura o vergogna. Ma ero proprio piccola piccola quando non vedevo l’ora di esplorare gli spazi al di fuori delle quattro mura di casa, senza essere scortata dai miei genitori!

 

Dicono che abbia ereditato lo spirito del viaggiatore e anche quello un pò ribelle dal mio nonno paterno, Andrea. Rimasto vedovo in giovane età, non si era più accompagnato e aveva continuato a coltivare il suo desiderio di viaggiare da solo, in giro per l’Europa, al tempo perlopiù in autobus.

 

Viaggiare è una delle esperienze più belle e interessanti che si possano fare durante la nostra vita. Fare nuove esperienze, esplorare posti nuovi, conoscere persone diverse. Tutto questo fa parte del fascino di un viaggio, ma non solo. Ci sono viaggi che possono cambiare la vita, altri che ti fanno cambiare il modo di vedere le cose, e altri ancora che ti turbano e creano disagio. Altri, invece, sono i prodromi di ciò che arriverà più avanti…nel mio caso una vita in espatrio!

 

Viaggiamo, alcuni di noi per sempre, per cercare altri luoghi, altre vite, altre anime – Anais Nin

Desiderio di esplorare e esplorarmi.

A 19 anni, stavo seguendo il corso di Laurea per Interprete-Traduttrice a Firenze. In quel periodo, si stava sviluppando sempre più in me, il desiderio di “mettermi alla prova” facendo un viaggio in solitaria. Mettermi alla prova significava testare le mie capacità di adattamento, volermi sentire indipendente, capace di cavarmela da sola. Volevo capire fino a che punto potevo arrivare o spingermi in una situazione non comune, fuori dalla mia quotidianità, e esplorare le mie reazioni emotive.

Un giorno, mi presentai di fronte a mio padre con la sicurezza e la determinazione di chi sa cosa vuole ottenere. Gli comunicai che avrei voluto fare un soggiorno alla pari, a Londra, per due mesi, prima dell’inizio del nuovo anno accademico e, nel frattempo seguire un corso per approfondire la mia conoscenza dell’Inglese.
Mio padre era stupito ma forse, conoscendomi, non più di tanto, magari un pò preoccupato. Nonostante ciò, mi sostenne nella decisione e mi aiutò a trovare la famiglia desiderosa di fare questo scambio.

 

La partenza e l’arrivo.

Sacco in spalla, con dentro lo stretto necessario più libri, quaderni e macchina fotografica, una Olympus OM10, partii per quella che a me sembrava una grande avventura.
Il viaggio iniziò con un grande ritardo dell’aereo, causa maltempo, che da Milano doveva portarmi a Londra. Arrivai a notte fonda e pioveva, come spesso accade a Londra.
Il taxista non riusciva a trovare la strada e io, che credevo di andare a vivere non lontana dal centro, iniziai a rendermi conto che ciò mi era stato comunicato non era proprio l’esatta verità.
Ero un pò intimorita dal taxista che continuava a dirmi che si era perso e non trovava l’indirizzo che gli avevo dato, il che non era di buon auspicio. Alla fine, seppure con il cuore in gola, arrivai alle 3 di notte, sana ne salva, a casa della signora con cui avrei vissuto per i due mesi seguenti.

 

Quando mi sono persa.

Il giorno dopo il mio arrivo, mi informai come raggiungere la scuola dove avevo lezione. Era chiaro, a quel punto, che la famiglia dove avrei lavorato alla pari, era a circa 1 ora dal centro di Londra e che, tutti i giorni, avrei dovuto prendere un bus e poi la metro per andare a scuola e che ciò avrebbe un pò impedito i miei movimenti serali/notturni. Dopo la prima mattinata di lezioni di Inglese, decisi di fare un giro nei dintorni della scuola e verso sera presi la metro per rientrare a casa. Pioveva ancora, molto insistentemente, e ormai era buio. Non si vedeva niente fuori dal finestrino del bus ricolmo di gente.

Ansia da solitudine.

Scesi dall’autobus, convinta di essere arrivata a destinazione. Mi resi subito conto che non ero alla fermata giusta e nella mappa della città che avevo con me, la zona che dovevo raggiungere non era contemplata. Il luogo di periferia in cui ero capitata, era, ad un primo sguardo, inospitale e poco raccomandabile. Cominciai a chiedere ad alcuni passanti le direzioni per recarmi a casa ma nessuno conosceva la strada nè aveva suggerimenti. Iniziai a preoccuparmi, non esistevano ancora i cellulari e quindi non potevo avvisare la padrona di casa. Dopo varie perlustrazioni e innumerevoli richieste ai passanti, bagnata dalla testa ai piedi, riuscii a salire sull’autobus, aspettato a lungo, e a trovare l’abitazione di Jenny e della sua bambina di 8 anni, Sarah. Ero esausta più dalla tensione che dalla stanchezza!

 

La telefonata con mio padre.

Quella sera chiamai i miei genitori dal telefono di casa di Jenny, con una “collect call” ovvero chiamata a carico del destinatario. Appena sentii la voce di mio padre iniziai a piangere, scossa da quanto avvenuto. Dissi a mio padre che non ero più sicura di voler restare a Londra. Lui, con tono apparentemente fermo, mi rispose che era un’esperienza che avevo desiderato tanto e che non dovevo rinunciare al primo ostacolo. Aggiunse, vedrai che fra poco tempo, non vorrai più ritornare in Italia. Dopo molti anni, mi confessò che quella notte non dormì. Aveva fatto quello che riteneva giusto ovvero sostenermi per farmi “superare la prova” e per darmi fiducia ma il suo sonno, quella notte, fu molto agitato perchè in cuor suo avrebbe voluto dirmi, torna. Ero ignara che quello era il primo piccolissimo passo per un futuro di esperienze all’estero molto più avventurose e rischiose!

 

L’espatrio è desiderio di esplorare?

Questo racconto che riguarda un fatto avvenuto molti anni fa, potrebbe far sorridere di tenerezza. Ma erano tempi in cui i genitori non lasciavano facilmente le figlie girare da sole per il mondo. Nel mio cerchio di amicizie ero l’unica ad avere la libertà di poter inseguire i miei desideri e sogni. Sono stata fortunata.

Oggi, se ripenso a quell’esperienza che mi permise di consolidare la fiducia in me stessa e di continuare nei miei percorsi avventurosi, ringrazio mio padre per l’opportunità che mi diede e per aver osato. Aveva capito che doveva “lasciarmi andare” e intuito che ero alla ricerca, forse di me stessa, e che potevo iniziare quel cammino solo allontanandomi. Avevo bisogno di confrontarmi con il mondo fuori dalla provincia e soddisfare la mia curiosità.

Le motivazioni che portano a scegliere di andare via dal proprio paese sono molteplici, e le mie hanno cominciato a manifestarsi chiaramente fin da quella esperienza a Londra.  E’ importante, però, comprendere ciò che ci spinge a uscire dalla nostra quotidianità, oltre al desiderio di esplorare e alla voglia di cambiare. Potrebbe essere anche un desiderio di fuga, il non voler accettare la realtà, oppure la necessità di allontanarsi da un ambiente che sentiamo soffocante. Sono ragioni profonde che vale la pena analizzare…ma di questo ne parlerò in un’altro articolo.

 

“Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare. È così. E la speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento.” – Fabio Geda

 

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Vita da expat in Ciad. Il mio arrivo.

Vita da expat in Ciad. Il mio arrivo.

Partiamo dall’inizio! Agosto 2011. Il mio arrivo da expat in Ciad.

 

Dopo quasi due anni passati a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, seguendo i canoni (forse) della vita da expat, mi imbarcai in un’altra avventura in un paese confinante, il CIAD, il più sconosciuto e isolato del grande deserto africano, il Sahara, che occupa il 40% della nazione.

 

La capitale del Ciad è N’Djamena, le cui origini risalgono al 1900 quando venne fondata dai francesi col nome di Fort-Lamy, poi cambiato nel 1973 in quello attuale. Vicina al lago che dà il nome al paese, N’Djamena si trova a sud, zona maggiormente interessata dalle piogge estive, quando soffia il monsone africano. Da Aprile a Ottobre le temperature sfiorano i 40-50 gradi.

 

Il primo impatto.

 

Arrivai a N’Djamena in una giornata di Agosto, il caldo era devastante e, seppure avessi ricevuto informazioni sulla situazione politica, sociale, climatica e di sicurezza della città, il panorama mi apparve subito più complesso di quello della Repubblica Centrafricana, e di quanto mi aspettassi.

Il piano iniziale era di passare un periodo nella Guest House dell’Organizzazione per cui lavorava il mio compagno, condividendo spazi comuni con altri suoi colleghi e colleghe. L’ufficio era all’interno del compound: casa e lavoro, lavoro e casa. In seguito, avremmo cercato una abitazione per noi due, cosa che poi non avvenne.
Fin dall’inizio, avevo pensato che sarebbe stato meglio convivere sotto lo stesso tetto con l’equipe, pur sapendone le possibili conseguenze, che andare a vivere in una grande casa, tanto più che non se ne trovavano a dimensioni di coppia senza figli. Inoltre, il paese era ad alto rischio di rapine e aggressioni, con l’obbligo per noi internazionali di non camminare per strada e di non guidare. Mi ero immaginata a passare giornate intere da sola, confinata in una casa enorme, visto che al momento della partenza non avevo lavoro in loco.

Una rivoluzione nella mia mente e nel mio cuore.

 

Quel giorno, il mio compagno mi comunicò che dopo due giorni sarebbe partito per una missione a Abeché, cittadina a 800km. a est di N’Djamena. Ero spaesata e la notizia mi rese nervosa. Non avevo fatto in tempo a sbarcare dall’aereo che già dovevo cavarmela da sola, senza punti o persone di riferimento e in un paese apparentemente inospitale. Ma, come sempre, la vita da expat ti mette di fronte a delle sfide che scopri, in seguito, di essere capace ad affrontare e anche superare con risultati inaspettati.

Dopo quasi 2 anni a Bangui, ero un pò provata, soprattutto fisicamente. L’esperienza fatta era stata unica ma dovevo ancora elaborarla e mettere al suo posto i pezzetti del puzzle che mi avrebbero, in seguito, portata a valutare quell’esperienza come straordinaria, a tal punto da sentirne quasi la mancanza, a volte.
Avevo scampato la malaria, almeno per il momento, ma avevo avuto alcuni problemi di salute. Avevo compreso che il mio arrivo in Ciad e la permanenza, mi avrebbero messo ancor più alla prova e la partenza del mio compagno mi mise in crisi.
In quei giorni, in cui lui non c’era, nella mia mente successe di tutto…una rivoluzione!

Le fatidiche domande.

 

Mi facevo in continuazione domande che poi ho scoperto tanti expat che seguono i loro mariti, mogli o partner si chiedono, specialmente se non hanno figli:

  • Cosa ci faccio qui?
  • Questo luogo è quello in cui desidero vivere?
  • Sto vivendo la mia vita o quella del mio compagno?
  • Cosa posso avere da questa esperienza?
  • Troverò lavoro?
  • Sarò in grado di resistere fisicamente a queste temperature e difficoltà logistiche?

Al suo ritorno, dopo 3 giorni, qualche risposta me l’ero data, altre erano rimaste nell’aria pesante delle giornate passate in casa a rimuginare.
Diciamo che passammo un’intera Domenica a discutere di queste tematiche, con la decisione finale che se non avessi trovato un lavoro in breve tempo, sarei rientrata in Italia.
Ma era scritto che dovevo restare.

 

Lieto fine.

 

Dopo 15 giorni, mi arrivò la voce che alla Scuola Francese cercavano un’insegnante per una classe delle scuole elementari. Dopo qualche giorno dall’invio del mio cv, venni chiamata dal Direttore per il colloquio. Da lì a poco, mi comunicarono che ero stata selezionata. Mi recai a scuola per essere presentata all’insegnante con il quale dovevo condividere le ore fino alla fine dell’anno scoalstico e ci fu subito intesa!
Non sono maestra di Scuole Elementari ma ho insegnato lingue nelle Scuole Superiori per alcuni anni. Sono Interprete-Traduttrice e il francese è come la mia seconda lingua. Per questo ero stata selezionata e perchè sarei stata supportata dal titolare della cattedra nello svolgimento delle mie lezioni.
Dopo pochi giorni, iniziò la Scuola e incontrai la mia classe di 27 bambini, tutti locali, solo due internazionali, figli di espatriati. Così iniziò la mia avventura in Ciad e con loro!

Alla fine dell’anno ricevetti una menzione speciale per il mio contributo umano e professionale.

La parola insegnare significa “lasciare un segno” e sicuramente loro in me lo hanno lasciato e anche molto profondo. E’ stata una delle esperienze più indimenticabili, arricchenti e sfidanti della mia vita!

 

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Un battesimo greco-ortodosso a Gerusalemme

Un battesimo greco-ortodosso a Gerusalemme

Come spesso mi accade, mi trovo nel posto giusto al momento giusto.

Un battesimo mi aspetta ma non lo so ancora.

Una Domenica iniziata pigramente, con un’ottima colazione al Café Aroma, a Mount Scopus, vicino casa, e la decisione di andare alla scoperta di qualche sito non ancora visitato.

Prendiamo la Hebron Road, direzione Betlemme e, a un certo punto, incontriamo un monastero che varie volte avevamo visto ma che non ci eravamo mai spinti a visitare. Decidiamo di fermarci.

Dopo aver allegramente chiacchierato con un signore che al cancello dell’ingresso, credendoci turisti, ci vuole vendere delle Kefiah, entriamo in chiesa.

Il Monastero di Mar Elias.

Il monastero risale al VI secolo, danneggiato da un terremoto e ricostruito nel 1160 dove, secondo la tradizione cristiana, il profeta Elijah si rifugiò dopo essere fuggito dalla vendetta di Jezebel. Si dice sia anche il posto dove furono seppelliti Elias, vescovo greco di Betlemme, che morì nel 1345 e Saint Elias, un monaco egiziano, che divenne patriarca di Gerusalemme nel 494. L’interno della cupola con sfondo blu è dipinta con raffigurazioni varie di cui non sono riuscita ad avere informazioni dettagliate. Stelle dipinte sui muri sembrano illuminare l’interno della chiesa.

Passo di fronte alla fonte battesimale e vedo, a lato, un piccolo tavolo su cui sono posate delle candele bianche con fiocco azzurro e una tunica bianca con i paramenti che sembra una miniatura. Immagino che da lì a poco ci sarà un battesimo!

Detto fatto, vedo entrare dal portone principale alcune persone i cui vestiti eleganti mi fanno pensare che sta per arrivare anche il piccolo da battezzare. Eccolo! In braccio a quella che poi ho saputo essere la madrina. Adesso tutti sono intorno alla fonte, raggiunti dal Sacerdote.

Fra gli invitati un’anziana signora che, vedendomi molto interessata alla scena, si avvicina e mi dice in un inglese perfetto: ”Would you like to stay with us for the baptism of the baby”? Con sguardo eccitato annuisco.

Il bambino è tranquillo e piuttosto grandicello rispetto all’età che di solito hanno i bambini italiani quando vengono battezzati.

La Cerimonia.

Inizia la cerimonia. La signora mi invita ad avvicinarmi ancora di più. Scopro che è la bisnonna del bambino. Ha un’espressione dolce e gli occhi “liquidi” degli anziani che hanno visto e provato tanto, specialmente in questa terra.

Mi informa che il nipotino sarà battezzato con il nome  Marcus.

Mentre il sacerdote inizia a parlare, il padre del bambino si avvicina e ci invita a partecipare al piccolo festeggiamento organizzato dopo la fine della cerimonia…come dire di no?

L’atmosfera, intrisa di incensi e litanie a noi incomprensibili, mi induce al raccoglimento, placa  i miei pensieri e mi fa entrare nell’emozione di quel momento.

Il sacerdote inizia a benedire l’acqua della fonte battesimale facendo vari rituali, poi intuisco che chiede alla madrina e al padrino di spogliare il bambino. Il padrino lo prende in braccio mentre la madrina si riempie i palmi delle mani con l’olio con cui, poi, il Sacerdote ungerà il corpicino del bambino.

Dopo qualche istante, il piccolo Marcus si trova immerso per ben tre volte nell’acqua.

Piange.  Piango anch’io.

La bisnonna mi guarda e non riesco a smettere. Mi si avvicina e mi dice delle parole che mi toccano profondamente. Cerco di frenare le lacrime ma non mi è facile.

Finito questo rito, arricchito da varie preghiere e canti, il bambino viene rivestito con quella tunica bianca che avevo visto poco prima sul tavolino. È veramente carino e fa tanta tenerezza.

Adesso, accendiamo tutti le candele e ci avviamo verso l’altare dove, padrino, madrina e Marcus, cominciano a girare intorno ad un tavolino, per molte volte, insieme al sacerdote che legge da un libro vari passaggi.

Cantano, pregano e poi  la celebrazione termina con un grande applauso.

La Festa.

Ci spostiamo all’esterno dove ci accolgono tutti con tanto calore.

Sono felice. Mi piace e mi sento fortunata quando si creano queste occasioni inaspettate e speciali. La bellezza di vivere in espatrio. La bellezza degli incontri.

La bisnonna e sua figlia mi spiegano di essere arabe di religione cristiana greco-ortodossa e, nel frattempo, ci porgono da bere e delle crostatine di frutta buonissime e penso che in Italia, molto difficilmente, avrei partecipato ad un evento così intimo e privato senza essere stata previamente e formalmente invitata.

Ci presentiamo anche alla mamma di Marcus e ad altri parenti.

Mi racconta che lei era copta ma che dopo il matrimonio si è dovuta convertire e mi dico…obbligata anche a cambiare fede in cui credere per far piacere all’uomo! Ma questo è tutto un’altro discorso.

Dopo foto e ringraziamenti la festa finisce.

Salutiamo commossi per la gentilezza e la spontaneità dei loro gesti, apprezzando questa Domenica iniziata pigramente ma finita con una magica sorpresa.

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