Vita da expat: 8 lezioni positive che ho imparato

Vita da expat: 8 lezioni positive che ho imparato

Le lezioni positive che ho imparato dalla vita da expat, derivano dall’aver passato più di 10 anni all’estero, in paesi “difficili”. Sono stati anni intensi e ricchi di sorprese e insegnamenti ma anche di momenti difficili e tristi.
In questo articolo troverai un elenco, sicuramente non esaustivo, che rispecchia il mio vissuto ed è la base e la motivazione per cui è iniziata e continua la mia esperienza in espatrio.
Questo è ciò che tengo sempre a mente nei momenti di sconforto…perchè ce ne sono stati e ce ne saranno ancora! Ma mai mi sono pentita della scelta che ho fatto.

 

Viandante non esiste il cammino

Viandante, sono le tue orme
il sentiero e niente più;
viandante, non esiste il cammino,
il cammino si fa camminando.
Camminando si fa il cammino
e girando indietro lo sguardo
si vede il sentiero che mai più
si tornerà a calpestare.
Viandante non esiste il cammino
ma solamente scie nel mare.

Antonio Machado

LE 8 LEZIONI POSITIVE

 

  1. UN NUOVO INIZIO
    Ho scelto di scrivere un nuovo capitolo nella mia vita. Ho fatto una scelta importante per me stessa e per amore. Abbandonare le certezze per andare verso lo sconosciuto non è stato facile ma questa scelta si è rivalata come una nuova grande opportunità e un nuovo inizio. La fatica è stata ripagata da esperienze che non avrei mai immaginato di fare e che mi hanno fatto crescere come essere umano.

  2. VIVERE IN MANIERA PIU’ SEMPLICE
    Prima di arrivare a Gerusalemme, ho vissuto per due anni e mezzo in Repubblica Centrafricana e Ciad, due dei paesi più poveri e meno conosciuti al mondo. In quegli anni, ho imparato a vivere con lo stretto necessario. Non c’erano negozi per fare shopping, nè varietà di cibo da acquistare.Tutto era ridotto all’essenziale e nelle valigie davo sempre più spazio a cibo e medicinali che all’abbigliamento o altre cose meno importanti. La conseguenza è che ho imparato a vivere in maniera minimilasta e mi sono resa conto quanto il consumismo ci abbia obbligato e ci obblighi a vivere con il superfluo, soddisfacendo dei bisogni indotti e non reali.
    .
  3. LA CAPACITA’ DI ESSERE RESILIENTE
    Vivendo lontana dalla mia rete di supporto familiare e dalle mie amicizie, ho dovuto contare sulle mie forze e essere in grado di andare avanti senza perdere il controllo. Quando ho avuto problemi di salute o sul lavoro oppure quando mi sono sentita persa e impaurita, ho assunto un atteggiamento positivo. Mi sono concentrata sulle mie potenzialità interne e sulle risorse esterne a disposizione, mettendo in moto un circolo virtuoso che mi ha aiutato nelle difficoltà. E, alla fine, ho scoperto di essere più forte e resiliente di quanto immaginavo, e questo è stato un grande successo! Clicca qui per leggere un mio articolo sulla resilienza.
  4. AMPLIARE LO SGUARDO SULLA VITA
    Forse è un cliché ma vivere all’estero ha cambiato il mio sguardo sulla vita e sugli altri. Vivere in contatto con culture diverse, incontrare persone di tutto il mondo, lavorare in ambienti multietnici, mi ha aiutato a vedere le sfaccettature della vita, a capire e accettare punti di vista diversi, a scoprire modi differenti di affrontare la vita. E sono cambiata…non me ne sono accorta subito ma con il tempo ho realizzato quanto il mio modo di sentire e di pensare erano diventati più sensibili all’altro, alla condivisione, alla compassione. Alcuni vecchi valori sono rimasti, altri hanno lasciato spazio a quelli nuovi che ho acquisito man mano che andavo avanti nella mia vita e nell’espatrio. Una scoperta di nuovi orizzonti che allargano la mente e il cuore.
  5. AVERE AMICI IN TUTTO IL MONDO
    Ho incontrato tante persone. Con alcune ho stretto rapporti più profondi, con altre più superficiali ma tutte hanno lasciato un’impronta. E non c’è cosa più bella, almeno per me, ascoltare le storie degli altri, addentrarmi nel loro mondo interiore e trarne una lezione. E poi, come è bello avere qualcuno che ti accoglie in varie parti del mondo! Madrid, New York, Ginevra, Budapest, e molte altre, sono città in cui le persone con cui ho legato amicizie in questi anni mi stanno aspettando. E non vedo l’ora di riabbracciarle!
  6. VIVERE NEL MOMENTO PRESENTE (continuo a lavorarci sopra)
    Spesso sentiamo sulle nostre spalle il peso del passato o le preoccupazioni per il futuro, senza renderci conto che la vita è adesso, che la vita accade. Ma non è forse vero che il passato non tornerà più e il futuro è solo parzialmente controllabile? Ecco, questo ho imparato. Ho capito che vivere nel qui e ora non significa non avere piani ma vivere con quello che si ha nel momento presente e questo approccio mi ha aiutato a vivere con più consapevolezza la mia condizione di espatriata e di “accompanying spouse”. Se cambi prospettiva, ti sentirai nel luogo giusto, al momento giusto.
  7. USCIRE DALLA COMFORT ZONE
    Decidere di lasciare l’Italia, con annessi e connessi, e raggiungere in Africa il mio compagno, è stato un grandissimo salto fuori della mia comfort zone e nulla è ritornato a essere come prima. Ho imparato che la vita da expat ti spinge a uscire costantemente dalla zona di comfort e non è poi così male! Mi sono resa conto di quanto alcune paure che avevo prima, sono sparite man mano che superavo i miei limiti, quei limiti che prima mi sembravano invalicabili! Certo, non è indolore, ma ti aiuta a crescere e a sviluppare le tue potenzialità, in alcuni casi prima sconosciute.
  8. MAI DIRE MAI
    Se 10 anni fa mi avessero detto che sarei salita su un aereo della Air France e che sarei sbarcata all’aereoporto di Bangui, capitale della Repubblica Centroafricana, e che ci avrei vissuto circa due anni, gli/le avrei detto: “non succederà mai”! E se qualcun’altro mi avesse detto che dopo sarei andata a vivere a N’Djamena, capitale del Ciad e poi a Gerusalemme, avrei risposto la stessa cosa. Invece, adesso, è evidente che “mai dire mai” è una verità!

    Se vuoi conoscere meglio la mia vita da expat e ricevere aggiornamenti riguardanti il Life Balance, la resilienza e il self-care, puoi  iscriverti alla mia Newsletter e riceverai un mini-corso gratuito “Come mantenere la rotta nei momenti di transizione”. Puoi prenotare qui una sessione conoscitiva gratuita di 30 minuti per valutare insieme come posso aiutarti e un percorso personalizzato ad hoc per le tue esigenze. Qui, invece se vuoi dare un’occhiata ai miei servizi.
    Se pensi che questo articolo possa essere utile anche alle tue amiche e conoscenti, condividilo pure con loro! Grazie.

Esplorare il mondo

Esplorare il mondo

Il desiderio di esplorare il mondo, di avventurarmi, si è manifestato fin da quando ero piccola. Mia madre mi ha sempre raccontato che bastava che amici di famiglia mi invitassero a fare una passeggiata o a trascorrere un weekend con loro, che io rispondevo sempre sì, senza paura o vergogna. Ma ero proprio piccola piccola quando non vedevo l’ora di esplorare gli spazi al di fuori delle quattro mura di casa, senza essere scortata dai miei genitori!

 

Dicono che abbia ereditato lo spirito del viaggiatore e anche quello un pò ribelle dal mio nonno paterno, Andrea. Rimasto vedovo in giovane età, non si era più accompagnato e aveva continuato a coltivare il suo desiderio di viaggiare da solo, in giro per l’Europa, al tempo perlopiù in autobus.

 

Viaggiare è una delle esperienze più belle e interessanti che si possano fare durante la nostra vita. Fare nuove esperienze, esplorare posti nuovi, conoscere persone diverse. Tutto questo fa parte del fascino di un viaggio, ma non solo. Ci sono viaggi che possono cambiare la vita, altri che ti fanno cambiare il modo di vedere le cose, e altri ancora che ti turbano e creano disagio. Altri, invece, sono i prodromi di ciò che arriverà più avanti…nel mio caso una vita in espatrio!

 

Viaggiamo, alcuni di noi per sempre, per cercare altri luoghi, altre vite, altre anime – Anais Nin

Desiderio di esplorare e esplorarmi.

A 19 anni, stavo seguendo il corso di Laurea per Interprete-Traduttrice a Firenze. In quel periodo, si stava sviluppando sempre più in me, il desiderio di “mettermi alla prova” facendo un viaggio in solitaria. Mettermi alla prova significava testare le mie capacità di adattamento, volermi sentire indipendente, capace di cavarmela da sola. Volevo capire fino a che punto potevo arrivare o spingermi in una situazione non comune, fuori dalla mia quotidianità, e esplorare le mie reazioni emotive.

Un giorno, mi presentai di fronte a mio padre con la sicurezza e la determinazione di chi sa cosa vuole ottenere. Gli comunicai che avrei voluto fare un soggiorno alla pari, a Londra, per due mesi, prima dell’inizio del nuovo anno accademico e, nel frattempo seguire un corso per approfondire la mia conoscenza dell’Inglese.
Mio padre era stupito ma forse, conoscendomi, non più di tanto, magari un pò preoccupato. Nonostante ciò, mi sostenne nella decisione e mi aiutò a trovare la famiglia desiderosa di fare questo scambio.

 

La partenza e l’arrivo.

Sacco in spalla, con dentro lo stretto necessario più libri, quaderni e macchina fotografica, una Olympus OM10, partii per quella che a me sembrava una grande avventura.
Il viaggio iniziò con un grande ritardo dell’aereo, causa maltempo, che da Milano doveva portarmi a Londra. Arrivai a notte fonda e pioveva, come spesso accade a Londra.
Il taxista non riusciva a trovare la strada e io, che credevo di andare a vivere non lontana dal centro, iniziai a rendermi conto che ciò mi era stato comunicato non era proprio l’esatta verità.
Ero un pò intimorita dal taxista che continuava a dirmi che si era perso e non trovava l’indirizzo che gli avevo dato, il che non era di buon auspicio. Alla fine, seppure con il cuore in gola, arrivai alle 3 di notte, sana ne salva, a casa della signora con cui avrei vissuto per i due mesi seguenti.

 

Quando mi sono persa.

Il giorno dopo il mio arrivo, mi informai come raggiungere la scuola dove avevo lezione. Era chiaro, a quel punto, che la famiglia dove avrei lavorato alla pari, era a circa 1 ora dal centro di Londra e che, tutti i giorni, avrei dovuto prendere un bus e poi la metro per andare a scuola e che ciò avrebbe un pò impedito i miei movimenti serali/notturni. Dopo la prima mattinata di lezioni di Inglese, decisi di fare un giro nei dintorni della scuola e verso sera presi la metro per rientrare a casa. Pioveva ancora, molto insistentemente, e ormai era buio. Non si vedeva niente fuori dal finestrino del bus ricolmo di gente.

Ansia da solitudine.

Scesi dall’autobus, convinta di essere arrivata a destinazione. Mi resi subito conto che non ero alla fermata giusta e nella mappa della città che avevo con me, la zona che dovevo raggiungere non era contemplata. Il luogo di periferia in cui ero capitata, era, ad un primo sguardo, inospitale e poco raccomandabile. Cominciai a chiedere ad alcuni passanti le direzioni per recarmi a casa ma nessuno conosceva la strada nè aveva suggerimenti. Iniziai a preoccuparmi, non esistevano ancora i cellulari e quindi non potevo avvisare la padrona di casa. Dopo varie perlustrazioni e innumerevoli richieste ai passanti, bagnata dalla testa ai piedi, riuscii a salire sull’autobus, aspettato a lungo, e a trovare l’abitazione di Jenny e della sua bambina di 8 anni, Sarah. Ero esausta più dalla tensione che dalla stanchezza!

 

La telefonata con mio padre.

Quella sera chiamai i miei genitori dal telefono di casa di Jenny, con una “collect call” ovvero chiamata a carico del destinatario. Appena sentii la voce di mio padre iniziai a piangere, scossa da quanto avvenuto. Dissi a mio padre che non ero più sicura di voler restare a Londra. Lui, con tono apparentemente fermo, mi rispose che era un’esperienza che avevo desiderato tanto e che non dovevo rinunciare al primo ostacolo. Aggiunse, vedrai che fra poco tempo, non vorrai più ritornare in Italia. Dopo molti anni, mi confessò che quella notte non dormì. Aveva fatto quello che riteneva giusto ovvero sostenermi per farmi “superare la prova” e per darmi fiducia ma il suo sonno, quella notte, fu molto agitato perchè in cuor suo avrebbe voluto dirmi, torna. Ero ignara che quello era il primo piccolissimo passo per un futuro di esperienze all’estero molto più avventurose e rischiose!

 

L’espatrio è desiderio di esplorare?

Questo racconto che riguarda un fatto avvenuto molti anni fa, potrebbe far sorridere di tenerezza. Ma erano tempi in cui i genitori non lasciavano facilmente le figlie girare da sole per il mondo. Nel mio cerchio di amicizie ero l’unica ad avere la libertà di poter inseguire i miei desideri e sogni. Sono stata fortunata.

Oggi, se ripenso a quell’esperienza che mi permise di consolidare la fiducia in me stessa e di continuare nei miei percorsi avventurosi, ringrazio mio padre per l’opportunità che mi diede e per aver osato. Aveva capito che doveva “lasciarmi andare” e intuito che ero alla ricerca, forse di me stessa, e che potevo iniziare quel cammino solo allontanandomi. Avevo bisogno di confrontarmi con il mondo fuori dalla provincia e soddisfare la mia curiosità.

Le motivazioni che portano a scegliere di andare via dal proprio paese sono molteplici, e le mie hanno cominciato a manifestarsi chiaramente fin da quella esperienza a Londra.  E’ importante, però, comprendere ciò che ci spinge a uscire dalla nostra quotidianità, oltre al desiderio di esplorare e alla voglia di cambiare. Potrebbe essere anche un desiderio di fuga, il non voler accettare la realtà, oppure la necessità di allontanarsi da un ambiente che sentiamo soffocante. Sono ragioni profonde che vale la pena analizzare…ma di questo ne parlerò in un’altro articolo.

 

“Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare. È così. E la speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento.” – Fabio Geda

 

Se vuoi conoscermi meglio e ricevere aggiornamenti sui vari argomenti riguardanti l’espatrio, il Life Balance, la resilienza e il self-care, puoi  iscriverti alla mia Newsletter e riceverai un mini-corso gratuito “Come mantenere la rotta nei momenti di transizione”. Puoi prenotare qui una sessione conoscitiva gratuita di 30 minuti per valutare insieme come posso aiutarti e un percorso personalizzato ad hoc per le tue esigenze. Se pensi che questo articolo possa essere utile anche alle tue amiche e conoscenti, condividilo pure con loro! Grazie.

 

Vita da expat in Ciad. Il mio arrivo.

Vita da expat in Ciad. Il mio arrivo.

Partiamo dall’inizio! Agosto 2011. Il mio arrivo da expat in Ciad.

 

Dopo quasi due anni passati a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, seguendo i canoni (forse) della vita da expat, mi imbarcai in un’altra avventura in un paese confinante, il CIAD, il più sconosciuto e isolato del grande deserto africano, il Sahara, che occupa il 40% della nazione.

 

La capitale del Ciad è N’Djamena, le cui origini risalgono al 1900 quando venne fondata dai francesi col nome di Fort-Lamy, poi cambiato nel 1973 in quello attuale. Vicina al lago che dà il nome al paese, N’Djamena si trova a sud, zona maggiormente interessata dalle piogge estive, quando soffia il monsone africano. Da Aprile a Ottobre le temperature sfiorano i 40-50 gradi.

 

Il primo impatto.

 

Arrivai a N’Djamena in una giornata di Agosto, il caldo era devastante e, seppure avessi ricevuto informazioni sulla situazione politica, sociale, climatica e di sicurezza della città, il panorama mi apparve subito più complesso di quello della Repubblica Centrafricana, e di quanto mi aspettassi.

Il piano iniziale era di passare un periodo nella Guest House dell’Organizzazione per cui lavorava il mio compagno, condividendo spazi comuni con altri suoi colleghi e colleghe. L’ufficio era all’interno del compound: casa e lavoro, lavoro e casa. In seguito, avremmo cercato una abitazione per noi due, cosa che poi non avvenne.
Fin dall’inizio, avevo pensato che sarebbe stato meglio convivere sotto lo stesso tetto con l’equipe, pur sapendone le possibili conseguenze, che andare a vivere in una grande casa, tanto più che non se ne trovavano a dimensioni di coppia senza figli. Inoltre, il paese era ad alto rischio di rapine e aggressioni, con l’obbligo per noi internazionali di non camminare per strada e di non guidare. Mi ero immaginata a passare giornate intere da sola, confinata in una casa enorme, visto che al momento della partenza non avevo lavoro in loco.

Una rivoluzione nella mia mente e nel mio cuore.

 

Quel giorno, il mio compagno mi comunicò che dopo due giorni sarebbe partito per una missione a Abeché, cittadina a 800km. a est di N’Djamena. Ero spaesata e la notizia mi rese nervosa. Non avevo fatto in tempo a sbarcare dall’aereo che già dovevo cavarmela da sola, senza punti o persone di riferimento e in un paese apparentemente inospitale. Ma, come sempre, la vita da expat ti mette di fronte a delle sfide che scopri, in seguito, di essere capace ad affrontare e anche superare con risultati inaspettati.

Dopo quasi 2 anni a Bangui, ero un pò provata, soprattutto fisicamente. L’esperienza fatta era stata unica ma dovevo ancora elaborarla e mettere al suo posto i pezzetti del puzzle che mi avrebbero, in seguito, portata a valutare quell’esperienza come straordinaria, a tal punto da sentirne quasi la mancanza, a volte.
Avevo scampato la malaria, almeno per il momento, ma avevo avuto alcuni problemi di salute. Avevo compreso che il mio arrivo in Ciad e la permanenza, mi avrebbero messo ancor più alla prova e la partenza del mio compagno mi mise in crisi.
In quei giorni, in cui lui non c’era, nella mia mente successe di tutto…una rivoluzione!

Le fatidiche domande.

 

Mi facevo in continuazione domande che poi ho scoperto tanti expat che seguono i loro mariti, mogli o partner si chiedono, specialmente se non hanno figli:

  • Cosa ci faccio qui?
  • Questo luogo è quello in cui desidero vivere?
  • Sto vivendo la mia vita o quella del mio compagno?
  • Cosa posso avere da questa esperienza?
  • Troverò lavoro?
  • Sarò in grado di resistere fisicamente a queste temperature e difficoltà logistiche?

Al suo ritorno, dopo 3 giorni, qualche risposta me l’ero data, altre erano rimaste nell’aria pesante delle giornate passate in casa a rimuginare.
Diciamo che passammo un’intera Domenica a discutere di queste tematiche, con la decisione finale che se non avessi trovato un lavoro in breve tempo, sarei rientrata in Italia.
Ma era scritto che dovevo restare.

 

Lieto fine.

 

Dopo 15 giorni, mi arrivò la voce che alla Scuola Francese cercavano un’insegnante per una classe delle scuole elementari. Dopo qualche giorno dall’invio del mio cv, venni chiamata dal Direttore per il colloquio. Da lì a poco, mi comunicarono che ero stata selezionata. Mi recai a scuola per essere presentata all’insegnante con il quale dovevo condividere le ore fino alla fine dell’anno scoalstico e ci fu subito intesa!
Non sono maestra di Scuole Elementari ma ho insegnato lingue nelle Scuole Superiori per alcuni anni. Sono Interprete-Traduttrice e il francese è come la mia seconda lingua. Per questo ero stata selezionata e perchè sarei stata supportata dal titolare della cattedra nello svolgimento delle mie lezioni.
Dopo pochi giorni, iniziò la Scuola e incontrai la mia classe di 27 bambini, tutti locali, solo due internazionali, figli di espatriati. Così iniziò la mia avventura in Ciad e con loro!

Alla fine dell’anno ricevetti una menzione speciale per il mio contributo umano e professionale.

La parola insegnare significa “lasciare un segno” e sicuramente loro in me lo hanno lasciato e anche molto profondo. E’ stata una delle esperienze più indimenticabili, arricchenti e sfidanti della mia vita!

 

Se vuoi conoscermi meglio e ricevere aggiornamenti su vari argomenti riguardanti il Life Balance, la resilienza e il self-care, puoi  iscriverti alla mia Newsletter e riceverai un mini-corso gratuito “Come mantenere la rotta nei momenti di transizione”. Se vuoi, puoi prenotare qui una sessione conoscitiva gratuita di 30 minuti per valutare insieme come posso aiutarti e un percorso personalizzato ad hoc per le tue esigenze. Se pensi che questo articolo possa essere utile anche alle tue amiche e conoscenti, condividilo pure con loro! Grazie.

 

Un battesimo greco-ortodosso a Gerusalemme

Un battesimo greco-ortodosso a Gerusalemme

Come spesso mi accade, mi trovo nel posto giusto al momento giusto.

Un battesimo mi aspetta ma non lo so ancora.

Una Domenica iniziata pigramente, con un’ottima colazione al Café Aroma, a Mount Scopus, vicino casa, e la decisione di andare alla scoperta di qualche sito non ancora visitato.

Prendiamo la Hebron Road, direzione Betlemme e, a un certo punto, incontriamo un monastero che varie volte avevamo visto ma che non ci eravamo mai spinti a visitare. Decidiamo di fermarci.

Dopo aver allegramente chiacchierato con un signore che al cancello dell’ingresso, credendoci turisti, ci vuole vendere delle Kefiah, entriamo in chiesa.

Il Monastero di Mar Elias.

Il monastero risale al VI secolo, danneggiato da un terremoto e ricostruito nel 1160 dove, secondo la tradizione cristiana, il profeta Elijah si rifugiò dopo essere fuggito dalla vendetta di Jezebel. Si dice sia anche il posto dove furono seppelliti Elias, vescovo greco di Betlemme, che morì nel 1345 e Saint Elias, un monaco egiziano, che divenne patriarca di Gerusalemme nel 494. L’interno della cupola con sfondo blu è dipinta con raffigurazioni varie di cui non sono riuscita ad avere informazioni dettagliate. Stelle dipinte sui muri sembrano illuminare l’interno della chiesa.

Passo di fronte alla fonte battesimale e vedo, a lato, un piccolo tavolo su cui sono posate delle candele bianche con fiocco azzurro e una tunica bianca con i paramenti che sembra una miniatura. Immagino che da lì a poco ci sarà un battesimo!

Detto fatto, vedo entrare dal portone principale alcune persone i cui vestiti eleganti mi fanno pensare che sta per arrivare anche il piccolo da battezzare. Eccolo! In braccio a quella che poi ho saputo essere la madrina. Adesso tutti sono intorno alla fonte, raggiunti dal Sacerdote.

Fra gli invitati un’anziana signora che, vedendomi molto interessata alla scena, si avvicina e mi dice in un inglese perfetto: ”Would you like to stay with us for the baptism of the baby”? Con sguardo eccitato annuisco.

Il bambino è tranquillo e piuttosto grandicello rispetto all’età che di solito hanno i bambini italiani quando vengono battezzati.

La Cerimonia.

Inizia la cerimonia. La signora mi invita ad avvicinarmi ancora di più. Scopro che è la bisnonna del bambino. Ha un’espressione dolce e gli occhi “liquidi” degli anziani che hanno visto e provato tanto, specialmente in questa terra.

Mi informa che il nipotino sarà battezzato con il nome  Marcus.

Mentre il sacerdote inizia a parlare, il padre del bambino si avvicina e ci invita a partecipare al piccolo festeggiamento organizzato dopo la fine della cerimonia…come dire di no?

L’atmosfera, intrisa di incensi e litanie a noi incomprensibili, mi induce al raccoglimento, placa  i miei pensieri e mi fa entrare nell’emozione di quel momento.

Il sacerdote inizia a benedire l’acqua della fonte battesimale facendo vari rituali, poi intuisco che chiede alla madrina e al padrino di spogliare il bambino. Il padrino lo prende in braccio mentre la madrina si riempie i palmi delle mani con l’olio con cui, poi, il Sacerdote ungerà il corpicino del bambino.

Dopo qualche istante, il piccolo Marcus si trova immerso per ben tre volte nell’acqua.

Piange.  Piango anch’io.

La bisnonna mi guarda e non riesco a smettere. Mi si avvicina e mi dice delle parole che mi toccano profondamente. Cerco di frenare le lacrime ma non mi è facile.

Finito questo rito, arricchito da varie preghiere e canti, il bambino viene rivestito con quella tunica bianca che avevo visto poco prima sul tavolino. È veramente carino e fa tanta tenerezza.

Adesso, accendiamo tutti le candele e ci avviamo verso l’altare dove, padrino, madrina e Marcus, cominciano a girare intorno ad un tavolino, per molte volte, insieme al sacerdote che legge da un libro vari passaggi.

Cantano, pregano e poi  la celebrazione termina con un grande applauso.

La Festa.

Ci spostiamo all’esterno dove ci accolgono tutti con tanto calore.

Sono felice. Mi piace e mi sento fortunata quando si creano queste occasioni inaspettate e speciali. La bellezza di vivere in espatrio. La bellezza degli incontri.

La bisnonna e sua figlia mi spiegano di essere arabe di religione cristiana greco-ortodossa e, nel frattempo, ci porgono da bere e delle crostatine di frutta buonissime e penso che in Italia, molto difficilmente, avrei partecipato ad un evento così intimo e privato senza essere stata previamente e formalmente invitata.

Ci presentiamo anche alla mamma di Marcus e ad altri parenti.

Mi racconta che lei era copta ma che dopo il matrimonio si è dovuta convertire e mi dico…obbligata anche a cambiare fede in cui credere per far piacere all’uomo! Ma questo è tutto un’altro discorso.

Dopo foto e ringraziamenti la festa finisce.

Salutiamo commossi per la gentilezza e la spontaneità dei loro gesti, apprezzando questa Domenica iniziata pigramente ma finita con una magica sorpresa.

Questa tutta la magia dell’essere un’expat coach Se vuoi avere più informazioni su di me e la mia professione, clicca qui.

Breakfast With a Coach

Breakfast With a Coach

“Breakfast With a Coach”. Un progetto per donne espatriate.

 

Come è nato questo progetto.

L’idea è nata mentre aggiornavo la mia strategia di comunicazione e il mio sito, grazie a un progetto di re-branding fatto nel 2019 con Alessia Savi.

Durante la fase di ridefinizione dei miei servizi online e offline, ha preso forma il percorso di Group Coaching sul Life Balance, pensato per un gruppo di donne espatriate di differenti nazionalità.

L’espatrio è un’avventura straordinaria che comporta, però, affrontare anche molte sfide, momenti di sconforto e solitudine.

Nel preparare questo progetto, ho pensato a quelle situazioni di disagio personale e culturale che ho dovuto affrontare nei paesi in cui ho vissuto negli ultimi anni.

Per questo, il programma è stato immaginato per donne con il desiderio di ritrovare equilibrio, serenità e consapevolezza di sé durante un’esperienza di vita complessa.
Volevo diventasse, per le partecipanti, un momento di pausa e riflessione su loro stesse, uno spazio per il confronto e per sostenersi reciprocamente.

E così è nato “Breakfast with a Coach”!

Perché “Breakfast With a Coach”?

Perché ho voluto che questo percorso fosse condiviso in un’atmosfera rilassata, a casa mia.

Infatti, la prima mezz’ora è sempre dedicata alle chiacchiere e a una tazza di caffè o cappuccino, prima dell’inizio di ogni Modulo.


La struttura del percorso.

A momenti di condivisione verbale, si sono alternate attività pratiche, focus dei vari incontri.
Abbiamo affrontato vari argomenti, tutti legati da un filo conduttore, quello del benessere in espatrio.
Le carte Points of You sono state di grande supporto. Uno strumento potente che ha aiutato il gruppo a valutare le difficoltà,  pensando fuori dagli schemi abituali e utilizzando la loro creatività.

Nei sei Moduli proposti, i temi discussi sono stati:

  • Life Balance – significato
  • Equilibrio psico-fisico, come valutarlo
  • I valori in espatrio
  • I pensieri che limitano le nostre azioni
  • Prendersi cura di sé
  • Effetti dello stress e come gestirli


L’importanza del gruppo.

Il Coaching di Gruppo, in generale, riguarda la connessione, la comunicazione e la comunione che derivano non solo dall’interazione del Coach con i partecipanti, ma anche dai membri del gruppo che interagiscono tra loro.

Qui è dove avviene la magia, dove si muove l’energia del gruppo.
Il supporto che i singoli ricevono dal gruppo porta ad aumentare la responsabilità e la motivazione costante mentre raggiungono i loro obiettivi.

Questo, per me, era un traguardo importante che, poco a poco, abbiamo ottenuto.
La fiducia e una comunicazione sincera hanno sostituito una certa riservatezza e chiusura che erano evidenti durante la prima sessione.
Il gruppo è diventato un contenitore protettivo, uno spazio sicuro per condividere le problematiche della vita in espatrio e di quelle comuni a tutte le donne del mondo, famiglia, figli, carriera, ostacoli, rinunce, etc.

Se vuoi andare veloce, vai da solo. Se vuoi andare lontano vai insieme.  (Proverbio africano)


Esercizi di gruppo. Esempio.

Per le “compagne di questo viaggio”, gli esercizi di gruppo sono stati un’occasione di crescita e sviluppo personale.
Hanno aiutato a creare una rete importante di sostegno, a creare nuove amicizie e diminuire il senso di solitudine che noi, donne expat, ogni tanto sentiamo quando arriviamo in un nuovo paese.

L’esercizio dei palloncini colorati, usati come metafora, è un esempio di come, usando una tecnica efficace, si possano ottenere risultati importanti, anche in poco tempo.

Su ogni palloncino le partecipanti dovevano incollare dei post-it dove, precedentemente, avevano scritto fattori di stress, situazioni o pensieri che le facevano sentire sopraffatte in quel momento.

Seguendo uno schema stabilito, giocando con i palloncini, tirandoli in aria e facendosi aiutare nell’afferrarli, sono arrivate a comprendere l’importanza di chiedere aiuto e di come la condivisione alleggerisca gli animi.


Conclusioni.

Il questionario di gradimento (anonimo) inviato al gruppo alla fine del percorso ha avuto come risultato quello di stimolare un’ulteriore conversazione e la richiesta di una seconda edizione di questo programma, al momento in corso.

Questa nuova edizione approfondisce temi relativi alla gestione del tempo e dello stress, con uno sguardo sempre attento sul self-care.

Il programma è partito con un numero di partecipanti molto superiore a quello previsto, il che mi ha fatto pensare che avevo intercettato un reale bisogno del mondo expat, trascurato anche dalle società o organizzazioni che inviano il proprio personale all’estero.

Questo ha creato in me ancora più entusiasmo e passione nel progetto che oggi si potrebbe chiamare “cerchio di sorellanza”, dati i risultati ottenuti.

Amicizia Femminile: fonte rinnovabile di energia.


 

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi conescermi meglio e sapere cosa posso fare per te, clicca qui. Se invece desideri che porti il mio progetto nella tua città, scrivimi per avere ulteriori informazioni. Il percorso può essere somministrato sia in Inglese che in Italiano. Ti aspetto!

 

Pensare fuori dagli schemi

Pensare fuori dagli schemi

Perché “pensare fuori dagli schemi”?

 

Perché esercitare il pensiero laterale e quindi il pensiero creativo significa andare fuori degli schemi del ragionamento logico-deduttivo e trovare nuove idee e soluzioni.

Quando stavo studiando i miei nuovi servizi di Coaching, ero già sicura che avrei voluto sperimentare l’uso delle carte Points of You e nello specifico “The Coaching Game” e “Punctum”.
Dopo aver seguito la formazione, mi sono talmente appassionata a questi strumenti così innovativi, che ho pensato che sarebbe stato molto interessante usarli con le mie clienti.  È così che è nato il servizio “Outside the Box”.

Queste carte sono uno strumento potente che invita a pensare fuori dagli schemi, a liberarsi dai propri modelli di pensiero, aprendo così possibilità di cambiamento, di espansione e crescita.

Punctum, il gioco che utilizzo di più nelle sessioni online, si basa su connessioni associative tra foto meravigliose, temi intriganti e domande significative che stimolano nel Coachee un reale apprendimento e sviluppo del suo pensiero. È composto da 33 foto, 33 domande per guidare ed espandere il proprio punto di vista e 33 parole.

La foto stimola la parte destra del cervello, la parte femminile, intuitiva, associativa, visiva.
La parola, invece, stimola la parte sinistra del nostro cervello, quella che usiamo per l’85% delle volte, e che è responsabile di attività come pensare, leggere, scrivere, organizzare, gestire, catalogare, definire priorità, etc.

La stimolazione simultanea dei due emisferi cerebrali crea una “lotta” fra emotivo e razionale che abbassa i meccanismi di difesa della nostra mente, consentendo di ridurre le nostre convinzioni limitanti e spostando il nostro punto di vista, stimolando così risposte più creative ai nostri interrogativi.

 

Case Study

Cosa succede, in pratica, durante una sessione in cui si usa “Punctum”?

Facciamo un esempio pratico.

Nicoletta, si è rivolta a me, dicendomi che era in difficoltà perché doveva rientrare dalla sua famiglia in Italia per un periodo di poco più di 1 mese. Nicoletta vive all’estero, in un’isola delle Cicladi nel Mar Egeo, ed è felice della scelta che ha fatto.

Però ogni volta che sta per rientrare nella sua città natale, seppure contenta di rivedere la famiglia e gli amici, l’assale l’ansia solo al pensiero delle dinamiche che dovrà affrontare, del suo ruolo da “ago della bilancia” che ha all’interno della sua famiglia e dell’allontanamento dal suo posto ideale e dalla sua routine.

Inoltre, il tempo che passa in Italia a volte le sembra noioso.
Nonostante il legame di profondo affetto che la lega alle sue amicizie, in alcune situazioni si sente in dovere di incontrare questi amici che le impongono i loro ritmi. Si sente quindi poco libera di gestire le sue giornate.

Quindi il tema principale da affrontare in sessione per lei è trovare una motivazione più forte per affrontare il periodo in Italia e sfruttarlo al meglio.

A questo punto intervengono le carte e durante la sessione su Skype, Nicoletta pesca le seguenti carte:

Foto: un uomo che si copre gli occhi con le mani

Parola: opportunità

Domanda: che cosa sto aspettando?

Nicoletta ha iniziato a fare associazioni, a interpretare le carte e a connetterle con le emozioni che stava vivendo in quel momento. E a sorridere. Sì sorridere. Perché si è resa subito conto che quelle specifiche carte scelte le stavano inviando dei messaggi da non sottovalutare e risuonavano in lei.
Nicoletta ha condiviso con me i suoi dubbi e ha anche trovato nuove soluzioni e stimoli, nuovi modi di vedere la realtà e di come trasformare in positivo ciò che lei vedeva negativo in quel momento.

La sessione è terminata con 3 obiettivi, a breve-medio-lungo termine che l’avrebbero accompagnata nel suo viaggio in Italia e nel suo ritorno a Santorini. Nicoletta ha visto con più chiarezza che il tempo in Italia poteva essere utilizzato per fare delle cose per se stessa, per dedicarsi a ciò che più le faceva piacere, a prendere contatti per il suo lavoro, a coltivare relazioni con i nipoti, a leggere di più. E alla fine, tutto le è sembrato più leggero e piacevole!

Con uno scambio di mail e poco più di 1 ora di coaching e l’utilizzo delle carte, Nicoletta si è ricentrata ed è riuscita a superare al meglio un periodo che le sembrava difficile da affrontare e a trovare un nuovo entusiasmo al suo ritorno a Santorini. Per leggere il suo feedback, cliccate qui.

Se volete sapere di più su di lei e sul suo “happy place” cliccate qui.

Ti sei ritrovata nelle problematiche di Nicoletta? Vorresti usufruire del servizio “Outside the Box” per approfondire un tema particolare che ti crea insoddisfazione?

Se ti iscriverai alla mia newsletter qui, potrai ricevere uno sconto e ottenere questo servizio a 115 euro invece che 140 euro, per tutto il mese di febbraio.

Affrettati. Ti aspetto!


 

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, scopri come fare nella cookie policy. Cliccando sul pulsante, acconsenti all'uso dei cookie. MAGGIORI INFORMAZIONI

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi