Vita da expat: 8 lezioni positive che ho imparato

Vita da expat: 8 lezioni positive che ho imparato

Le lezioni positive che ho imparato dalla vita da expat, derivano dall’aver passato più di 10 anni all’estero, in paesi “difficili”. Sono stati anni intensi e ricchi di sorprese e insegnamenti ma anche di momenti difficili e tristi.
In questo articolo troverai un elenco, sicuramente non esaustivo, che rispecchia il mio vissuto ed è la base e la motivazione per cui è iniziata e continua la mia esperienza in espatrio.
Questo è ciò che tengo sempre a mente nei momenti di sconforto…perchè ce ne sono stati e ce ne saranno ancora! Ma mai mi sono pentita della scelta che ho fatto.

 

Viandante non esiste il cammino

Viandante, sono le tue orme
il sentiero e niente più;
viandante, non esiste il cammino,
il cammino si fa camminando.
Camminando si fa il cammino
e girando indietro lo sguardo
si vede il sentiero che mai più
si tornerà a calpestare.
Viandante non esiste il cammino
ma solamente scie nel mare.

Antonio Machado

LE 8 LEZIONI POSITIVE

 

  1. UN NUOVO INIZIO
    Ho scelto di scrivere un nuovo capitolo nella mia vita. Ho fatto una scelta importante per me stessa e per amore. Abbandonare le certezze per andare verso lo sconosciuto non è stato facile ma questa scelta si è rivalata come una nuova grande opportunità e un nuovo inizio. La fatica è stata ripagata da esperienze che non avrei mai immaginato di fare e che mi hanno fatto crescere come essere umano.

  2. VIVERE IN MANIERA PIU’ SEMPLICE
    Prima di arrivare a Gerusalemme, ho vissuto per due anni e mezzo in Repubblica Centrafricana e Ciad, due dei paesi più poveri e meno conosciuti al mondo. In quegli anni, ho imparato a vivere con lo stretto necessario. Non c’erano negozi per fare shopping, nè varietà di cibo da acquistare.Tutto era ridotto all’essenziale e nelle valigie davo sempre più spazio a cibo e medicinali che all’abbigliamento o altre cose meno importanti. La conseguenza è che ho imparato a vivere in maniera minimilasta e mi sono resa conto quanto il consumismo ci abbia obbligato e ci obblighi a vivere con il superfluo, soddisfacendo dei bisogni indotti e non reali.
    .
  3. LA CAPACITA’ DI ESSERE RESILIENTE
    Vivendo lontana dalla mia rete di supporto familiare e dalle mie amicizie, ho dovuto contare sulle mie forze e essere in grado di andare avanti senza perdere il controllo. Quando ho avuto problemi di salute o sul lavoro oppure quando mi sono sentita persa e impaurita, ho assunto un atteggiamento positivo. Mi sono concentrata sulle mie potenzialità interne e sulle risorse esterne a disposizione, mettendo in moto un circolo virtuoso che mi ha aiutato nelle difficoltà. E, alla fine, ho scoperto di essere più forte e resiliente di quanto immaginavo, e questo è stato un grande successo! Clicca qui per leggere un mio articolo sulla resilienza.
  4. AMPLIARE LO SGUARDO SULLA VITA
    Forse è un cliché ma vivere all’estero ha cambiato il mio sguardo sulla vita e sugli altri. Vivere in contatto con culture diverse, incontrare persone di tutto il mondo, lavorare in ambienti multietnici, mi ha aiutato a vedere le sfaccettature della vita, a capire e accettare punti di vista diversi, a scoprire modi differenti di affrontare la vita. E sono cambiata…non me ne sono accorta subito ma con il tempo ho realizzato quanto il mio modo di sentire e di pensare erano diventati più sensibili all’altro, alla condivisione, alla compassione. Alcuni vecchi valori sono rimasti, altri hanno lasciato spazio a quelli nuovi che ho acquisito man mano che andavo avanti nella mia vita e nell’espatrio. Una scoperta di nuovi orizzonti che allargano la mente e il cuore.
  5. AVERE AMICI IN TUTTO IL MONDO
    Ho incontrato tante persone. Con alcune ho stretto rapporti più profondi, con altre più superficiali ma tutte hanno lasciato un’impronta. E non c’è cosa più bella, almeno per me, ascoltare le storie degli altri, addentrarmi nel loro mondo interiore e trarne una lezione. E poi, come è bello avere qualcuno che ti accoglie in varie parti del mondo! Madrid, New York, Ginevra, Budapest, e molte altre, sono città in cui le persone con cui ho legato amicizie in questi anni mi stanno aspettando. E non vedo l’ora di riabbracciarle!
  6. VIVERE NEL MOMENTO PRESENTE (continuo a lavorarci sopra)
    Spesso sentiamo sulle nostre spalle il peso del passato o le preoccupazioni per il futuro, senza renderci conto che la vita è adesso, che la vita accade. Ma non è forse vero che il passato non tornerà più e il futuro è solo parzialmente controllabile? Ecco, questo ho imparato. Ho capito che vivere nel qui e ora non significa non avere piani ma vivere con quello che si ha nel momento presente e questo approccio mi ha aiutato a vivere con più consapevolezza la mia condizione di espatriata e di “accompanying spouse”. Se cambi prospettiva, ti sentirai nel luogo giusto, al momento giusto.
  7. USCIRE DALLA COMFORT ZONE
    Decidere di lasciare l’Italia, con annessi e connessi, e raggiungere in Africa il mio compagno, è stato un grandissimo salto fuori della mia comfort zone e nulla è ritornato a essere come prima. Ho imparato che la vita da expat ti spinge a uscire costantemente dalla zona di comfort e non è poi così male! Mi sono resa conto di quanto alcune paure che avevo prima, sono sparite man mano che superavo i miei limiti, quei limiti che prima mi sembravano invalicabili! Certo, non è indolore, ma ti aiuta a crescere e a sviluppare le tue potenzialità, in alcuni casi prima sconosciute.
  8. MAI DIRE MAI
    Se 10 anni fa mi avessero detto che sarei salita su un aereo della Air France e che sarei sbarcata all’aereoporto di Bangui, capitale della Repubblica Centroafricana, e che ci avrei vissuto circa due anni, gli/le avrei detto: “non succederà mai”! E se qualcun’altro mi avesse detto che dopo sarei andata a vivere a N’Djamena, capitale del Ciad e poi a Gerusalemme, avrei risposto la stessa cosa. Invece, adesso, è evidente che “mai dire mai” è una verità!

    Se vuoi conoscere meglio la mia vita da expat e ricevere aggiornamenti riguardanti il Life Balance, la resilienza e il self-care, puoi  iscriverti alla mia Newsletter e riceverai un mini-corso gratuito “Come mantenere la rotta nei momenti di transizione”. Puoi prenotare qui una sessione conoscitiva gratuita di 30 minuti per valutare insieme come posso aiutarti e un percorso personalizzato ad hoc per le tue esigenze. Qui, invece se vuoi dare un’occhiata ai miei servizi.
    Se pensi che questo articolo possa essere utile anche alle tue amiche e conoscenti, condividilo pure con loro! Grazie.

Esplorare il mondo

Esplorare il mondo

Il desiderio di esplorare il mondo, di avventurarmi, si è manifestato fin da quando ero piccola. Mia madre mi ha sempre raccontato che bastava che amici di famiglia mi invitassero a fare una passeggiata o a trascorrere un weekend con loro, che io rispondevo sempre sì, senza paura o vergogna. Ma ero proprio piccola piccola quando non vedevo l’ora di esplorare gli spazi al di fuori delle quattro mura di casa, senza essere scortata dai miei genitori!

 

Dicono che abbia ereditato lo spirito del viaggiatore e anche quello un pò ribelle dal mio nonno paterno, Andrea. Rimasto vedovo in giovane età, non si era più accompagnato e aveva continuato a coltivare il suo desiderio di viaggiare da solo, in giro per l’Europa, al tempo perlopiù in autobus.

 

Viaggiare è una delle esperienze più belle e interessanti che si possano fare durante la nostra vita. Fare nuove esperienze, esplorare posti nuovi, conoscere persone diverse. Tutto questo fa parte del fascino di un viaggio, ma non solo. Ci sono viaggi che possono cambiare la vita, altri che ti fanno cambiare il modo di vedere le cose, e altri ancora che ti turbano e creano disagio. Altri, invece, sono i prodromi di ciò che arriverà più avanti…nel mio caso una vita in espatrio!

 

Viaggiamo, alcuni di noi per sempre, per cercare altri luoghi, altre vite, altre anime – Anais Nin

Desiderio di esplorare e esplorarmi.

A 19 anni, stavo seguendo il corso di Laurea per Interprete-Traduttrice a Firenze. In quel periodo, si stava sviluppando sempre più in me, il desiderio di “mettermi alla prova” facendo un viaggio in solitaria. Mettermi alla prova significava testare le mie capacità di adattamento, volermi sentire indipendente, capace di cavarmela da sola. Volevo capire fino a che punto potevo arrivare o spingermi in una situazione non comune, fuori dalla mia quotidianità, e esplorare le mie reazioni emotive.

Un giorno, mi presentai di fronte a mio padre con la sicurezza e la determinazione di chi sa cosa vuole ottenere. Gli comunicai che avrei voluto fare un soggiorno alla pari, a Londra, per due mesi, prima dell’inizio del nuovo anno accademico e, nel frattempo seguire un corso per approfondire la mia conoscenza dell’Inglese.
Mio padre era stupito ma forse, conoscendomi, non più di tanto, magari un pò preoccupato. Nonostante ciò, mi sostenne nella decisione e mi aiutò a trovare la famiglia desiderosa di fare questo scambio.

 

La partenza e l’arrivo.

Sacco in spalla, con dentro lo stretto necessario più libri, quaderni e macchina fotografica, una Olympus OM10, partii per quella che a me sembrava una grande avventura.
Il viaggio iniziò con un grande ritardo dell’aereo, causa maltempo, che da Milano doveva portarmi a Londra. Arrivai a notte fonda e pioveva, come spesso accade a Londra.
Il taxista non riusciva a trovare la strada e io, che credevo di andare a vivere non lontana dal centro, iniziai a rendermi conto che ciò mi era stato comunicato non era proprio l’esatta verità.
Ero un pò intimorita dal taxista che continuava a dirmi che si era perso e non trovava l’indirizzo che gli avevo dato, il che non era di buon auspicio. Alla fine, seppure con il cuore in gola, arrivai alle 3 di notte, sana ne salva, a casa della signora con cui avrei vissuto per i due mesi seguenti.

 

Quando mi sono persa.

Il giorno dopo il mio arrivo, mi informai come raggiungere la scuola dove avevo lezione. Era chiaro, a quel punto, che la famiglia dove avrei lavorato alla pari, era a circa 1 ora dal centro di Londra e che, tutti i giorni, avrei dovuto prendere un bus e poi la metro per andare a scuola e che ciò avrebbe un pò impedito i miei movimenti serali/notturni. Dopo la prima mattinata di lezioni di Inglese, decisi di fare un giro nei dintorni della scuola e verso sera presi la metro per rientrare a casa. Pioveva ancora, molto insistentemente, e ormai era buio. Non si vedeva niente fuori dal finestrino del bus ricolmo di gente.

Ansia da solitudine.

Scesi dall’autobus, convinta di essere arrivata a destinazione. Mi resi subito conto che non ero alla fermata giusta e nella mappa della città che avevo con me, la zona che dovevo raggiungere non era contemplata. Il luogo di periferia in cui ero capitata, era, ad un primo sguardo, inospitale e poco raccomandabile. Cominciai a chiedere ad alcuni passanti le direzioni per recarmi a casa ma nessuno conosceva la strada nè aveva suggerimenti. Iniziai a preoccuparmi, non esistevano ancora i cellulari e quindi non potevo avvisare la padrona di casa. Dopo varie perlustrazioni e innumerevoli richieste ai passanti, bagnata dalla testa ai piedi, riuscii a salire sull’autobus, aspettato a lungo, e a trovare l’abitazione di Jenny e della sua bambina di 8 anni, Sarah. Ero esausta più dalla tensione che dalla stanchezza!

 

La telefonata con mio padre.

Quella sera chiamai i miei genitori dal telefono di casa di Jenny, con una “collect call” ovvero chiamata a carico del destinatario. Appena sentii la voce di mio padre iniziai a piangere, scossa da quanto avvenuto. Dissi a mio padre che non ero più sicura di voler restare a Londra. Lui, con tono apparentemente fermo, mi rispose che era un’esperienza che avevo desiderato tanto e che non dovevo rinunciare al primo ostacolo. Aggiunse, vedrai che fra poco tempo, non vorrai più ritornare in Italia. Dopo molti anni, mi confessò che quella notte non dormì. Aveva fatto quello che riteneva giusto ovvero sostenermi per farmi “superare la prova” e per darmi fiducia ma il suo sonno, quella notte, fu molto agitato perchè in cuor suo avrebbe voluto dirmi, torna. Ero ignara che quello era il primo piccolissimo passo per un futuro di esperienze all’estero molto più avventurose e rischiose!

 

L’espatrio è desiderio di esplorare?

Questo racconto che riguarda un fatto avvenuto molti anni fa, potrebbe far sorridere di tenerezza. Ma erano tempi in cui i genitori non lasciavano facilmente le figlie girare da sole per il mondo. Nel mio cerchio di amicizie ero l’unica ad avere la libertà di poter inseguire i miei desideri e sogni. Sono stata fortunata.

Oggi, se ripenso a quell’esperienza che mi permise di consolidare la fiducia in me stessa e di continuare nei miei percorsi avventurosi, ringrazio mio padre per l’opportunità che mi diede e per aver osato. Aveva capito che doveva “lasciarmi andare” e intuito che ero alla ricerca, forse di me stessa, e che potevo iniziare quel cammino solo allontanandomi. Avevo bisogno di confrontarmi con il mondo fuori dalla provincia e soddisfare la mia curiosità.

Le motivazioni che portano a scegliere di andare via dal proprio paese sono molteplici, e le mie hanno cominciato a manifestarsi chiaramente fin da quella esperienza a Londra.  E’ importante, però, comprendere ciò che ci spinge a uscire dalla nostra quotidianità, oltre al desiderio di esplorare e alla voglia di cambiare. Potrebbe essere anche un desiderio di fuga, il non voler accettare la realtà, oppure la necessità di allontanarsi da un ambiente che sentiamo soffocante. Sono ragioni profonde che vale la pena analizzare…ma di questo ne parlerò in un’altro articolo.

 

“Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare. È così. E la speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento.” – Fabio Geda

 

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Vita da expat in Ciad. Il mio arrivo.

Vita da expat in Ciad. Il mio arrivo.

Partiamo dall’inizio! Agosto 2011. Il mio arrivo da expat in Ciad.

 

Dopo quasi due anni passati a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, seguendo i canoni (forse) della vita da expat, mi imbarcai in un’altra avventura in un paese confinante, il CIAD, il più sconosciuto e isolato del grande deserto africano, il Sahara, che occupa il 40% della nazione.

 

La capitale del Ciad è N’Djamena, le cui origini risalgono al 1900 quando venne fondata dai francesi col nome di Fort-Lamy, poi cambiato nel 1973 in quello attuale. Vicina al lago che dà il nome al paese, N’Djamena si trova a sud, zona maggiormente interessata dalle piogge estive, quando soffia il monsone africano. Da Aprile a Ottobre le temperature sfiorano i 40-50 gradi.

 

Il primo impatto.

 

Arrivai a N’Djamena in una giornata di Agosto, il caldo era devastante e, seppure avessi ricevuto informazioni sulla situazione politica, sociale, climatica e di sicurezza della città, il panorama mi apparve subito più complesso di quello della Repubblica Centrafricana, e di quanto mi aspettassi.

Il piano iniziale era di passare un periodo nella Guest House dell’Organizzazione per cui lavorava il mio compagno, condividendo spazi comuni con altri suoi colleghi e colleghe. L’ufficio era all’interno del compound: casa e lavoro, lavoro e casa. In seguito, avremmo cercato una abitazione per noi due, cosa che poi non avvenne.
Fin dall’inizio, avevo pensato che sarebbe stato meglio convivere sotto lo stesso tetto con l’equipe, pur sapendone le possibili conseguenze, che andare a vivere in una grande casa, tanto più che non se ne trovavano a dimensioni di coppia senza figli. Inoltre, il paese era ad alto rischio di rapine e aggressioni, con l’obbligo per noi internazionali di non camminare per strada e di non guidare. Mi ero immaginata a passare giornate intere da sola, confinata in una casa enorme, visto che al momento della partenza non avevo lavoro in loco.

Una rivoluzione nella mia mente e nel mio cuore.

 

Quel giorno, il mio compagno mi comunicò che dopo due giorni sarebbe partito per una missione a Abeché, cittadina a 800km. a est di N’Djamena. Ero spaesata e la notizia mi rese nervosa. Non avevo fatto in tempo a sbarcare dall’aereo che già dovevo cavarmela da sola, senza punti o persone di riferimento e in un paese apparentemente inospitale. Ma, come sempre, la vita da expat ti mette di fronte a delle sfide che scopri, in seguito, di essere capace ad affrontare e anche superare con risultati inaspettati.

Dopo quasi 2 anni a Bangui, ero un pò provata, soprattutto fisicamente. L’esperienza fatta era stata unica ma dovevo ancora elaborarla e mettere al suo posto i pezzetti del puzzle che mi avrebbero, in seguito, portata a valutare quell’esperienza come straordinaria, a tal punto da sentirne quasi la mancanza, a volte.
Avevo scampato la malaria, almeno per il momento, ma avevo avuto alcuni problemi di salute. Avevo compreso che il mio arrivo in Ciad e la permanenza, mi avrebbero messo ancor più alla prova e la partenza del mio compagno mi mise in crisi.
In quei giorni, in cui lui non c’era, nella mia mente successe di tutto…una rivoluzione!

Le fatidiche domande.

 

Mi facevo in continuazione domande che poi ho scoperto tanti expat che seguono i loro mariti, mogli o partner si chiedono, specialmente se non hanno figli:

  • Cosa ci faccio qui?
  • Questo luogo è quello in cui desidero vivere?
  • Sto vivendo la mia vita o quella del mio compagno?
  • Cosa posso avere da questa esperienza?
  • Troverò lavoro?
  • Sarò in grado di resistere fisicamente a queste temperature e difficoltà logistiche?

Al suo ritorno, dopo 3 giorni, qualche risposta me l’ero data, altre erano rimaste nell’aria pesante delle giornate passate in casa a rimuginare.
Diciamo che passammo un’intera Domenica a discutere di queste tematiche, con la decisione finale che se non avessi trovato un lavoro in breve tempo, sarei rientrata in Italia.
Ma era scritto che dovevo restare.

 

Lieto fine.

 

Dopo 15 giorni, mi arrivò la voce che alla Scuola Francese cercavano un’insegnante per una classe delle scuole elementari. Dopo qualche giorno dall’invio del mio cv, venni chiamata dal Direttore per il colloquio. Da lì a poco, mi comunicarono che ero stata selezionata. Mi recai a scuola per essere presentata all’insegnante con il quale dovevo condividere le ore fino alla fine dell’anno scoalstico e ci fu subito intesa!
Non sono maestra di Scuole Elementari ma ho insegnato lingue nelle Scuole Superiori per alcuni anni. Sono Interprete-Traduttrice e il francese è come la mia seconda lingua. Per questo ero stata selezionata e perchè sarei stata supportata dal titolare della cattedra nello svolgimento delle mie lezioni.
Dopo pochi giorni, iniziò la Scuola e incontrai la mia classe di 27 bambini, tutti locali, solo due internazionali, figli di espatriati. Così iniziò la mia avventura in Ciad e con loro!

Alla fine dell’anno ricevetti una menzione speciale per il mio contributo umano e professionale.

La parola insegnare significa “lasciare un segno” e sicuramente loro in me lo hanno lasciato e anche molto profondo. E’ stata una delle esperienze più indimenticabili, arricchenti e sfidanti della mia vita!

 

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Conosci i tuoi punti di forza

Conosci i tuoi punti di forza

Quali sono i tuoi talenti? Quali sono i tuoi punti di forza? Sapresti rispondere a queste domande senza pensarci troppo?
Di solito, ci concentriamo più sulle nostre debolezze e su come poterle correggere invece di scoprire, apprezzare e coltivare i nostri punti di forza. Identificare i tuoi punti di forza, ti aiuterà ad ottenere più chiarezza, ispirazione e motivazione.

 

Cosa sono i punti di forza


I punti di forza sono una combinazione unica delle tue capacità, talenti, conoscenze ed esperienza. Esempi: curiosità, gentilezza, imparzialità, perseveranza, umiltà e speranza. Queste doti le usi tutti i giorni, sia nella vita personale che nel lavoro, ma spesso non te ne rendi conto o ne sottovaluti l’importanza.

I punti di forza, tuttavia, possono essere usati troppo o troppo poco. Immagina che un’amica sia arrabbiata con te perché sei stata eccessivamente curiosa riguardo a una delicata questione familiare. In questa situazione, potresti aver usato in maniera eccessiva la tua “curiosità”. Invece, per esempio, se non ridi quando una amica condivide un aneddoto divertente su di te, allora l’uso della forza dell’umorismo è scarso.

Cosa dice la psicologia positiva


Uno dei contributi chiave della psicologia positiva, è quello di aiutare le persone a riflettere, considerare e identificare i loro punti di forza fondamentali, per vivere una vita più appagante e autentica. All’interno della psicologia positiva, le risorse personali sono definite come le nostre capacità innate e particolari di pensare, sentire e comportarci. Tutti possediamo punti di forza associati alle sei virtù della teoria della psicologia positiva (Seligman, 2002):

  1. Saggezza
  2. Coraggio
  3. Umanità
  4. Giustizia
  5. Temperanza
  6. Trascendenza

La ricerca mostra che quando attingiamo alle parti positive della nostra personalità, possiamo avere un impatto più significativo sugli altri, migliorare le nostre relazioni, il nostro benessere e sviluppare la nostra resilienza.
Quindi, da dove cominciare? Riconoscendo i nostri punti di forza, ovviamente! 
Oltre a identificarli, è ugualmente importante sapere quando e come usarli. Comprendere in quali contesti queste risorse sono utilizzabili al meglio, ci permette di acquisire una maggiore comprensione di noi stessi, maggiore autostima e migliore capacità di raggiungere obiettivi.

 

Condividere la tua debolezza è rendere te stesso vulnerabile; rendere te stesso vulnerabile è mostrare la tua forza. Criss Jami

 

Come riconoscere le tue risorse personali


Ci sono vari strumenti per identificarle. Uno di quelli che io uso di più con le mie clienti è il VIA test. E’ in inglese ma vale la pena tentare perchè è veramente uno strumento utile, ed è gratuito! Dopo che ti sarai registrato, potrai accedere alle domande e alla fine del questionario, otterrai l’elenco delle tue 24 caratteristiche personali, in ordine di importanza. Ti consiglio di provarci, non te ne pentirai! Sarà una bella scoperta.
Ci sono altri test, molti a pagamento, tra cui Myers-Briggs, DISC e StrengthsFinder, altrettanto validi e che ti aiutano a iniziare il tuo percorso verso una conoscenza maggiore delle tue potenzialità e talenti.

Se vuoi fare un percorso di approfondimento, con esercizi specifici per il lavoro sui punti di forza, puoi contattarmi qui per una sessione di 30′ gratuita e sarò felice di darti tutte le spiegazioni necessarie sul mio metodo e sugli strumenti che uso. 

Se invece vuoi conoscermi meglio e ricevere aggiornamenti su vari argomenti riguardanti  il Life Balance, la crescita personale e il self-care, puoi  iscriverti alla mia Newsletter e riceverai un mini-corso gratuito “Come mantenere la rotta nei momenti di transizione”.

 

Consigli per affrontare la Fase 2

Consigli per affrontare la Fase 2

8 CONSIGLI PER AFFRONTARE LA FASE 2

 

Dal 4 Maggio dovrebbe cominciare la cosiddetta Fase 2 ed è indubbio che entreremo in un intenso periodo di transizione che richiederà una grande energia mentale e fisica, capacità di adattamento e creatività per affrontarlo.

 

In questi giorni, mi chiedo come mi sentirò quando potremo uscire di più, incontrare più persone, frequentare luoghi sicuramente più affollati di quello che frequento adesso, casa mia. Mi ascolto e sento che, dentro di me, alberga un misto di sentimenti che vanno dal desiderio di tornare ad una vita “normale”  alla paura di come reagirò quando sarò immersa nella nuova realtà. Ma so anche che sentire un certo disagio e impotenza è più che comprensibile ed è sano riconoscerlo.
E’ il primo passo per uscire dal senso di incertezza e paura.

Le nuove sfide della Fase 2

  • un mondo che non sarà come quello che avevamo lasciato all’inizio di questa quarantena
  • l’approccio all’altro che, a causa del timore del contagio, sarà considerato come una minaccia
  • la responsabilità verso noi stessi e gli altri
  • la riorganizzazione delle nostre giornate che per chi ha figli in età scolare, sarà ancor più complicata
  • ristrutturare le relazioni a causa della distanza di sicurezza
  • le difficoltà economiche che per molti saranno enormi

A leggere questo elenco di sfide ti è già venuta l’ansia, se già non ce l’avevi?  Lo so, non è un panorama consolante, ma è importante che ne siamo consapevoli.

Cosa fare

Gli esseri umani sono abitudinari ma in grado di adattarsi, ognuno  con i suoi ritmi e modalità, ai nuovi eventi. Sicuramente dovremo seguire nuove regole di comportamento e consolidarne altre. In questo periodo di isolamento, sono convinta però che abbiamo imparato nuovi modi di comunicare, nuovi modi di sentire che ci aiuteranno a superare i momenti più duri e a superare questa transizione.

Siamo tutti chiamati a un cambio di paradigma: Il coronavirus diventerà il bivio di un nuovo modo di vedere i confini e le diversità economiche, politiche, culturali. 
Nessuno è più convinto che il singolo, perseguendo i propri interessi personali, porti ad un risultato collettivamente vantaggioso.

Consigli per affrontare questo periodo 
  1. accettare che il modo tradizionale di fare le cose non sarà più la norma
  2. imparare ad avere pazienza e rispettare i propri tempi: concentrati su te stessa e affidati alla tua voce interiore, la tua guida.
  3. cercare di usare di più la nostra creatività: affronta questa nuova realtà e scopri in modo creativo nuovi modi di fare le cose
  4. ascoltare le proprie emozioni: riconoscile e accettale, trova le risorse interiori per adattarti gradualmente
  5. valorizzare i propri punti di forza: ricorda come hai superato difficili cambiamenti nel passato e ritrova quelle forze che ti hanno fatto essere più resiliente
  6. ricordare i propri valori: su questi si fondano le tue scelte e le azioni future
  7. adattarsi alle circostanze: essere consapevole che non puoi controllare tutto ma che però puoi gestire il tuo atteggiamento nei confronti di quanto accade
  8. imparare a leggere le emozioni altrui: l’empatia, specialmente, nei momenti difficili è alla base della comunicazione efficace, anche se da lontano

Certo è che questa transizione ci traghetterà verso esperienze completamente nuove. Il caos è apparente ma è funzionale al cambiamento. Il nostro atteggiamento di ora contribuirà ai risultati futuri. 

Se anche tu stai preparandoti a questa grande transizione e vuoi farlo con una professionista che ti accompagni in questo cammino, puoi dare un’occhiata al mio servizio cliccando su“Lost in Transition”. Prenota qui una sessione conoscitiva gratuita di 30 minuti per valutare insieme come posso aiutarti e un percorso personalizzato ad hoc per le tue esigenze.

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L’emergenza spinge al cambiamento

L’emergenza spinge al cambiamento

Alcuni credono che la pandemia di COVID-19 sia un’opportunità unica per ricostruire la società e costruire un futuro migliore. Altri temono che possa solo peggiorare le ingiustizie esistenti. Qualsiasi sguardo alla storia rivela che crisi e disastri hanno continuamente posto le basi per il cambiamento, spesso in meglio. Per esempio, l’epidemia di influenza mondiale del 1918 ha contribuito a creare servizi sanitari nazionali in molti paesi europei.

L’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha più volte rilevato come ci sia ora una maggiore consapevolezza del fatto che prepararsi a una pandemia richieda il coinvolgimento non solo del settore sanitario, ma della società nella sua interezza, con il coinvolgimento diretto delle persone.

Qualsiasi tipo di cambiamento richiede la messa in campo di molteplici risorse emotive, cognitive e fisiche che non sempre siamo in grado di attivare e quindi ci sentiamo trascinanti in balia degli eventi, senza poter far nulla.

È indubbio che la situazione attuale, piuttosto difficile da gestire, ci vede preoccupati per i nostri cari, per il nostro lavoro, per l’economia del nostro paese e per quella globale. Tentiamo di adattare le nostre vite alle nuove regole imposte dal governo per proteggere la nostra salute e ci chiediamo continuamente cosa possiamo fare per affrontare questo straordinario, nel senso di enorme, cambiamento.

Il primo passo che possiamo fare per affrontare un evento eccezionale, come quello in cui tutti ci troviamo adesso, è capire come avviene il cambiamento e diventare consapevoli delle nostre reazioni.

Il Modello di processo di cambiamento

È interessante riprendere il Modello di processo di cambiamento di Virginia Satir, una psicoterapeuta statunitense, morta nel 1988, che è ancora oggi in uso nel quadro dell’assistenza familiare e sul piano organizzativo e personale. Satir viene spesso definita la pioniera della terapia familiare, considerata come una delle figure più significative nella storia della terapia moderna.

Secondo Virginia, quando si parla di cambiamento, bisogna per prima cosa, creare un contesto positivo per poi concentrarsi sul processo. Questo significa che è necessario concentrarsi su ciò che apprendiamo e realizziamo lungo la strada piuttosto che sul risultato finale e gli esiti di quel cambiamento.

Life is not what it’s supposed to be. It’s what it is. The way you cope with it is what makes the difference. 
La vita non è come dovrebbe essere. È quella che è. È il modo in cui l’affronti che fa la differenza.
Virginia Satir ∼

Le 6 fasi del cambiamento.

Questo modello (vedi immagine in fondo all’articolo) mostra le varie fasi in cui ci muoviamo quando attraversiamo un qualsiasi cambiamento, inaspettato o programmato, piccolo o grande. Descrive anche gli effetti che ogni fase ha sui sentimenti, sul pensiero, sulla performance e sulla fisiologia. I principi di questo modello possono aiutare a migliorare il modo in cui elaboriamo il cambiamento.

  1. Status Quo > Introduzione di un elemento (nuovo) estraneo
  2. Resistenza al cambiamento
  3. Caos > Idea trasformativa
  4. Integrazione
  5. Il nuovo Status Quo

1. Status Quo

Questa fase descrive il quotidiano. Sebbene le emozioni possano fluttuare, siamo ancora in un territorio familiare come pezzi di un puzzle che si incastrano insieme. Siamo abituati a come funzionano e fluiscono le cose. Ma, all’improvviso, qualcosa cambia. L’equilibrio è ora scosso a causa di un evento imprevisto significativo, desiderato o inaspettato. Un evento che può essere, un divorzio, una cambio di città o paese, un cambio di lavoro, la nascita di un figlio, un lutto, una malattia grave, una pandemia. L’elemento estraneo (nuovo) si introduce nella nostra vita.

2. Resistenza al cambiamento

In questo momento si ha paura di perdere il controllo della nostra vita. Affrontare un cambiamento è come saltare nel vuoto e spesso non si è consapevoli di avere l’attrezzatura per farlo. Entriamo nella fase della “resistenza”, quando accade qualcosa che spezza il comfort dello Status Quo, momento in cui è difficile accettare la nuova realtà e si tende a rifiutarla, a resistere all’elemento estraneo, ignorandolo o incolpando gli altri.

3. Caos

In questa fase si è fuori della comfort zone, in un luogo misterioso e imprevedibile. Si possono provare forti emozioni come: fatica, confusione, disagio, dolore, paura.

Questa fase è vitale per il processo di trasformazione in cui si creeranno molte idee. Alla fine, una di queste idee sarà un’idea trasformativa. Un’idea potente che aiuta a dare un senso all’elemento estraneo, o almeno ci consente di affrontarlo. Dà una via d’uscita dal caos. Permette di vedere cosa è necessario fare per andare avanti.

4. Integrazione

È una fase di apprendimento in cui si possono commettere errori, quindi i progressi possono avere alti e bassi. L’idea trasformativa si sviluppa. Si sviluppano nuove opportunità, si decide cosa funziona e cosa no. Si rivalutano e si lasciano andare vecchi modi di essere. La chiave di questa fase è quella di essere in grado di vedere come dall’elemento estraneo si può trarre vantaggio.

5. Nuovo Status Quo

Una volta assorbito completamente il cambiamento, si diventa più calmi e vigili, più creativi e energici. Si inizia a goderci il percorso fatto fino ad oggi, seppure faticoso, e ad essere orgogliosi di noi stessi. Pronta per un nuovo ciclo!?

Un percorso unico per ciascuno di noi

Proprio come qualsiasi “modello”, queste fasi del cambiamento non sono lineari.

Ognuna ha i suoi tempi per elaborare e vivere ogni fase. Il confine fra una fase e quella successiva è variabile.
Le 6 fasi del cambiamento sono un modello per orientare e aiutare nel cambiamento che stiamo vivendo.

E tu, in che fase sei? Se vuoi ricevere una guida su come affrontare al meglio questo periodo, puoi iscriverti alla mia newsletter e seguire il mio mini-corso gratuito “Come mantenere la rotta nei momenti di transizione”.

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Modello di Cambiamento

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